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PORTRAIT Città-Porto di Palermo
Presentazione
Palermo, attraverso una pluralità di sguardi
Ogni città di porto può essere raccontata in molti modi. Se ne può ricostruire la storia seguendo l’evoluzione delle banchine, dei commerci e delle infrastrutture; si può osservare il rapporto tra acqua e città attraverso l’urbanistica e l’architettura che le hanno connesse o separate; oppure si possono privilegiare gli aspetti economici, le trasformazioni sociali, le pratiche culturali e le memorie collettive. Nessuna di queste prospettive è sufficiente da sola, poiché ognuna, mentre illumina una parte della realtà, inevitabilmente, ne lascia altre in ombra.
Ogni narrazione fondata su un unico punto di vista è necessariamente parziale e rischia, proprio per questo, di trasformare una prospettiva legittima in una rappresentazione riduttiva.
Leggere, narrare e descrivere una città non è mai un atto neutrale. Ogni racconto seleziona alcuni tratti, ne mette in relazione altri e, inevitabilmente, ne lascia alcuni sullo sfondo. Per questo il ritratto di una città non deve aspirare a un’impossibile totalità, ma costruire una rappresentazione plurale, capace di restituire la complessità e l’unicità di una vicenda territoriale e sociale, riconoscibile attraverso i segni della sua storia, delle sue trasformazioni e dei suoi protagonisti.
Nel caso del PORTRAIT dedicato alla Città-Porto di Palermo, avremmo potuto dipingerlo per accostamenti e porzioni, tutti tecnicamente esatti, ma privi di quella capacità di dare spessore – che è fatto anche di grumi, di sovrapposizioni, di velature – al ritratto e, quindi, di restituire la vera immagine della città e non solo una semplificazione. Abbiamo scelto invece di lavorare per intersezioni, sovrapposizioni e miscelazioni, componendo un ritratto dai molti volti nel quale si intrecciano idee, vissuti, passioni civili e impegno intellettuale di studiosi, amministratori, operatori privati e protagonisti della scena urbana che, almeno negli ultimi vent’anni, hanno condiviso e attraversato vicende, trasformazioni e metamorfosi della città: cantieri aperti, progetti e dimenticanze, accelerazioni e battute d’arresto, politiche pubbliche e pratiche urbane.
Ne nasce un numero corale che raccoglie i contributi di attori e protagonisti, a vario titolo coinvolti nel lungo processo di trasformazione del waterfront palermitano, ancora in corso. Un ritratto plurale che si colloca a metà tra identità e progetto, tra memoria e visione, e che racconta il passato mantenendo costantemente lo sguardo rivolto all’orizzonte del futuro. Ne emerge una “biografia progettuale” di Palermo, ricostruita attraverso la metamorfosi della sua costa: da limite a soglia, da perimetro a sistema di interfacce.
I contributi formano una configurazione mobile, capace di restituire la complessità di Palermo senza irrigidirla in una rappresentazione univoca. Come in un caleidoscopio, saranno le lettrici e i lettori, attraverso il proprio sguardo, a ricomporre le prospettive e a introdurre nel racconto il proprio vissuto, le memorie, i desideri e i bisogni, elaborando un’immagine della città coerente con il proprio modo di viverla, attraversarla e immaginarla.
Questa narrazione si sviluppa così tra sguardo e parola, tra racconto e interpretazione, attraverso un approccio volutamente plurale che mette in dialogo saperi, esperienze e linguaggi differenti. La polifonia della città emerge dalle molte voci che animano il volume, testimoniando la tenacia di una comunità, il coraggio delle decisioni assunte e le esitazioni che hanno accompagnato alcune stagioni amministrative, l’audacia di imprenditori, professionisti e attivisti urbani che hanno contribuito e contribuiscono ancora, ciascuno con il proprio ruolo, a riattivare il rapporto simbiotico tra Palermo e il suo mare.
Il PORTRAIT dedicato alla Città-Porto di Palermo, più che costruire una cronologia degli eventi o raccogliere contributi specialistici, propone una vera e propria traccia narrativa, articolata in sezioni che offrono diverse chiavi di lettura della complessità del rapporto fra porto e città.
Le sezioni di questo PORTRAIT non seguono quindi una logica disciplinare, bensì una logica interpretativa. Ciascuna raccoglie voci differenti – amministratori, progettisti, studiosi, operatori economici, imprenditori culturali, fotografi – chiamati a raccontare il processo collettivo di rinnovamento della città-porto.
Il porto non è soltanto un’infrastruttura di trasporto, ma un’infrastruttura relazionale: connette merci, persone, economie e spazi, ma anche immaginari, memorie, conoscenze e identità. È una topografia urbana e, nel caso di Palermo, persino un’origine onomastica: la città porta nel proprio nome la memoria del suo essere “tutto porto”. È anche un dispositivo economico potente ma esposto a profonde vulnerabilità, un paesaggio ecologico e culturale, uno spazio politico e, soprattutto, un luogo di produzione e riproduzione dell’identità della città. Comprenderlo significa attraversare linguaggi diversi e riconoscere la responsabilità che ciascun attore esercita nella produzione dello spazio urbano-portuale contemporaneo. La vicenda del waterfront palermitano racconta infatti un processo di costruzione collettiva fondato sulla cooperazione attraverso un continuo confronto tra interessi, negoziazioni istituzionali e progressivi adattamenti progettuali.
Nel capitolo introduttivo Maurizio Carta introduce il concetto di “liquidità” di Palermo città-porto, cioè di una postura di fluidità e permeabilità delle relazioni dell’intera città e non solo della sua porzione costiera. A Palermo il mare è dappertutto: dove bagna la costa, dove penetra nelle insenature, dove ammorbidisce il suolo e dove diventa paesaggio attraverso i cannocchiali prospettici disegnati dalle strade storiche. Propone, quindi, una rilettura delle dinamiche insediative del territorio attraverso l’immagine di un arcipelago urbano che è un insieme di luoghi differenti – ciascuno portatore di una propria intensità, memoria e vocazione – tenuti insieme dall’acqua quale infrastruttura relazionale e principio ordinatore dello spazio. A partire da questo concetto di liquidità, il PORTRAIT dà quindi voce ai protagonisti istituzionali che nel tempo hanno preso decisioni o raccolto il testimone della continuità delle scelte, mantenendo alto l’impulso amministrativo e decisionale in vista della piena realizzazione del progetto di trasformazione.
Le interviste si aprono con le voci di due protagonisti istituzionali: Roberto Lagalla, sindaco di Palermo, e Annalisa Tardino, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale. La loro presenza non rappresenta soltanto il punto di vista delle istituzioni che oggi governano i principali processi di trasformazione, ma assume anche un valore simbolico: quello del dialogo continuo che deve alimentare la relazione tra città e porto. Le due interviste si leggono come un dialogo ideale, reso concreto dall’accordo istituzionale siglato tra i due enti: visioni, strategie e competenze differenti si confrontano e si completano, delineando un’agenda condivisa per il futuro del waterfront e una capacità di intervento sussidiario orientata ad accelerare le trasformazioni.
Accanto a queste testimonianze trovano spazio altri protagonisti che hanno contribuito, con ruoli diversi, a ridefinire il rapporto tra Palermo e il suo mare. Pasqualino Monti, già presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale e oggi commissario per l’attuazione dell’interfaccia città-porto, ripercorre la stagione che, sotto la sua presidenza, ha segnato una delle svolte più significative nella recente storia del porto di Palermo, offrendo una lettura dall’interno delle scelte che ne hanno guidato la trasformazione.
A questa si affianca la prospettiva di Giuseppina Leone, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Palermo, che con visione professionale e militante propone una riflessione sul ruolo della cultura del progetto, della qualità dello spazio e della responsabilità delle professioni nel processo di rigenerazione della città-porto. Il suo contributo ricorda che procedure e strumenti di pianificazione non sono sufficienti senza una cultura del progetto capace di dare forma a spazi accoglienti, abitabili e orientati alla qualità della vita.
La successiva sezione dedicata a Planning, Building and Living the Port-City Space, entra nel vivo della dimensione progettuale. Qui il waterfront non viene considerato come una semplice sequenza di interventi edilizi, ma come il risultato di una lunga elaborazione urbanistica nella quale piani, concorsi, progetti architettonici, dispositivi infrastrutturali e sperimentazioni progettuali costruiscono progressivamente una nuova permeabilità tra porto e città. È il luogo nel quale si comprende come il progetto urbano diventi anche progetto istituzionale e come la trasformazione fisica sia inseparabile dalla costruzione di nuove forme di governance.
La ricostruzione della rinascita del rapporto tra Palermo e il suo waterfront prende forma attraverso una storia urbanistica lunga oltre vent’anni, restituita dai contributi di Maurizio Carta, Barbara Lino, Cosimo Camarda, Daniele Ronsivalle, Annalisa Contato, Sebastiano Provenzano ed Emanuela Valle. Le loro letture intrecciano strategie di pianificazione, progetti urbani e architettonici, decisioni amministrative e sperimentazioni. Si mostra con chiarezza come la rigenerazione del fronte a mare sia stata il risultato di un’azione collettiva e multidisciplinare nella quale i pianificatori e progettisti hanno contribuito a definire le strategie di trasformazione urbana e territoriale.
Il punto di vista degli operatori economici, rappresentati da Antonio Di Monte e Donato Didonna, restituisce il ruolo significativo dell’iniziativa privata nella costruzione di nuove opportunità di sviluppo e di riappropriazione del rapporto tra città e mare. La lunga vicenda del waterfront palermitano restituisce anche un’altra lezione. Nessuna delle trasformazioni realizzate sarebbe stata possibile senza la capacità di costruire alleanze tra il Comune, l’Autorità Portuale, la Regione, i progettisti, gli operatori economici e le comunità urbane. La disponibilità di risorse finanziarie, pur decisiva, non sarebbe stata sufficiente senza una leadership capace di mantenere viva la visione progettuale e di tradurla progressivamente in programmi, progetti e opere. In questo senso, la collaborazione tra soggetti pubblici e privati non rappresenta soltanto un dispositivo finanziario, ma una delle condizioni attraverso cui la pianificazione può tradursi in opere, servizi, economie e nuovi spazi di uso collettivo.
Un ruolo fondamentale emerge anche dalle testimonianze dei tecnici dell’Autorità di Sistema Portuale, Enrico Petralia e Cosimo Camarda, protagonisti nell’impostazione dei concorsi di progettazione che hanno orientato la qualità degli interventi, e dei tecnici del Comune di Palermo, Adriano Di Francisca e Paolo Porretto, che raccontano il lavoro amministrativo e progettuale, insieme alla passione civile e all’etica professionale necessarie per accompagnare un processo di trasformazione tanto complesso quanto duraturo.
A queste prospettive si affiancano il contributo di Silvano Arcamone, Direttore regionale dell’Agenzia del Demanio, che approfondisce il ruolo strategico del patrimonio pubblico nella riconfigurazione del waterfront, e quello di Alessandra Badami, che offre una riflessione sul waterfront portuale e costiero come progetto urbano e dispositivo di rigenerazione della città contemporanea.
Da qui vengono chiaramente alla luce alcune componenti chiave della “alchimia progettuale” di Palermo città liquida, una miscela preziosa di risorse e attori, di progetti e strategie. Una delle caratteristiche principali di questa alchimia è il carattere non lineare del processo. La trasformazione urbano-portuale non si è sviluppata secondo una sequenza rigidamente gerarchica: pianificazione, progetto di sistema, sperimentazioni prototipali e infrastrutturazione hanno spesso proceduto in parallelo. Ne è emersa una forma di intelligenza collettiva nella quale azioni differenti, pur tra arresti, conflitti e riallineamenti, hanno continuato a convergere verso una visione riconoscibile. Alcune trasformazioni più iconiche hanno trovato condizioni favorevoli alla realizzazione prima di altre che, per la complessità dei luoghi, l’impegno finanziario richiesto e la necessità di maturare adeguatamente la domanda progettuale, hanno avuto bisogno di tempi più lunghi e di maggiori approfondimenti.
In sostanza, si può leggere un fluire continuo del progetto di città dal piano regolatore portuale ai grandi progetti urbani e portuali che invita a guardare anche “quello che non c’è”, usando le parole di Didonna.
La sezione Planning, Building and Living the Port-City Space ci aiuta anche a ricordare quanto altro è ancora in corso di progettazione o che necessita di un’ulteriore spinta sia a nord del compound portuale, lungo la costa più densamente abitata e infrastrutturata, sia a sud, nella costa che attende ancora di essere bonificata, riconnessa e riscoperta. La rigenerazione delle grandi aree sottoutilizzate, spesso segnate dal degrado nonostante il loro valore storico, culturale e paesaggistico, richiede nuove risorse, continuità istituzionale e capacità progettuale. L’orizzonte sembra richiamare, per estensione, l’immagine evocata da Massimo Valsecchi e Maurizio Carta: una grande bottega rinascimentale della città, nella quale interventi differenti contribuiscono a un disegno comune di trasformazione.
In questa sezione trova spazio anche la voce di una storica della città e dell’architettura, Antonietta J. Lima, che guarda alla città-porto come grande luogo del progetto, come cardine strutturante dell’identità e del disconoscimento che questa città ha saputo perpetrare nel suo passato fastoso e nefasto insieme. Un memento affinché il progetto di futuro sia concreto nella strutturazione progettuale continua della sua vita futura, trovando linguaggi e forme atte alla narrazione di questo futuro.
Per ricomporre la profonda storia delle relazioni della città con il porto e il lungomare, i lettori potranno trovare un utile orientamento e approfondimento in alcuni studi recenti che hanno contribuito a rinnovare la conoscenza del rapporto fra città e mare. Tra questi meritano particolare attenzione Palermo. Biografia progettuale di una città aumentata (Carta, 2021), che interpreta il waterfront come uno dei principali dispositivi della trasformazione contemporanea della città; Palermo. Atlante del patrimonio storico-artistico (Fondazione Sicilia, 2021), utile per comprendere la stratificazione del fronte marittimo; il volume Palermo felicissima di Gaetano Basile, che restituisce, con taglio divulgativo ma rigoroso, la dimensione storica della città marittima; le grandi narrazioni per immagini curate da Renato Coroneo in Il porto di Palermo. Itinerario fotografico dai cantieri navali al Foro Italico edito da Caracol (2015). Nonché, i numerosi studi pubblicati dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale in occasione della redazione del Documento di Pianificazione Strategica di Sistema (DPSS), nei quali la storia delle infrastrutture portuali viene riletta alla luce delle nuove strategie territoriali.
La sezione successiva sposta progressivamente il punto di osservazione. Governance, Management, Economy and Harbour Space mostra come la qualità dello spazio urbano non possa essere separata dalle dinamiche economiche, dalla portualità commerciale e turistica, dalle politiche pubbliche e dagli investimenti privati. In questa prospettiva il porto è un sistema produttivo capace di generare nuove economie urbane e nuove forme di competitività territoriale. Il quadro si arricchisce quindi grazie ai contributi di Francesco Di Cesare e Antony La Salandra, che approfondiscono il rapporto tra turismo e portualità, e alle riflessioni di Matteo Catani, Leonardo Massa e Roberto Perocchio, che offrono una prospettiva privilegiata sulle dinamiche del settore dei traghetti, della Blue Economy, del turismo crocieristico e dei superyacht, sulle strategie di sviluppo e sul ruolo del waterfront quale porta di accesso alla città e motore di crescita economica. Questi contributi interrogano anche la capacità delle economie portuali di tradurre la crescita dei traffici e dell’attrattività in benefici urbani durevoli, occupazione qualificata e maggiore accessibilità al waterfront.
Con Port-City Mindset: Communities, Value and Culture il racconto cambia nuovamente scala e registro. La rigenerazione del waterfront viene osservata attraverso le comunità, la produzione culturale, le pratiche artistiche, l’imprenditoria creativa e i processi di costruzione del valore sociale. È forse qui che emerge con maggiore evidenza il carattere contemporaneo della trasformazione di Palermo: il porto smette di essere soltanto uno spazio operativo e torna a essere un luogo vissuto, narrato e reinterpretato dai cittadini. La sezione restituisce anche il punto di vista di chi ha scelto di raccontare, abitare e reinterpretare il waterfront attraverso la cultura, la memoria e l’azione civica. Antonella Filippi riflette sul significato del racconto come strumento di costruzione dell’identità portuale, ripercorrendo l’esperimento narrativo del volume “Volevo essere il porto di Palermo (e ci sono riuscito)”, nel quale il porto diventa soggetto e voce della propria storia. Katarina Barmpa analizza il ruolo del Gruppo Mangia’s nella rigenerazione del fronte portuale, mettendo in evidenza il contributo dell’iniziativa imprenditoriale alla trasformazione del waterfront. Il contributo introduce nel “quartiere d’acqua” dell’ex Molo Trapezoidale anche la dimensione dell’abitare temporaneo, ricordando che turisti, lavoratori mobili e nuovi nomadi sono abitanti transitori della città e partecipano, seppure con forme e tempi differenti, alla vita del waterfront. Con Cristina Alga, l’esperienza dell’Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva mostra come la memoria collettiva e il patrimonio immateriale possano diventare strumenti di partecipazione e di riappropriazione del paesaggio costiero. Infine, le esperienze dell’amatissimo Nautoscopio e del più recente Nauto Park, raccontate da Tiziano Di Cara, mostrano come arte pubblica, imprenditoria culturale, convivialità e sperimentazione urbana possano attivare nuove relazioni tra città, porto e mare. Sono pratiche capaci di sostenere le economie del tempo libero senza consumare la bellezza dei luoghi, contribuendo invece alla loro apertura, inclusività e cura.
Infine, Port-City in Images ricorda che ogni città di porto è anche un paesaggio visivo. La fotografia di Sandro Scalia non documenta semplicemente le trasformazioni: costruisce uno sguardo, rende leggibili le permanenze, registra le discontinuità e restituisce quella dimensione percettiva che spesso sfugge agli strumenti dell’urbanistica e della pianificazione. La lettura fotografica della metamorfosi della costa diventa, così, una forma di ricerca, narrazione e scrittura capace di raccontare la città anche attraverso ciò che le parole non riescono a dire.
Il PORTRAIT, dunque, non è figlio della completezza enciclopedica, non pretende di imporre l’autorità di una sola storia, né di affidare il racconto esclusivamente alle voci del potere. È, anch’esso, un arcipelago di esperienze e racconti nel quale ogni contributo dialoga implicitamente con gli altri, costruendo connessioni, e invita lettrici e lettori ad aggiungere un proprio percorso interpretativo, a tracciare la propria rotta tra le isole della conoscenza e non perdersi nella nebbia della retorica. Gli articoli non cercano di fornire un’unica spiegazione della trasformazione del porto di Palermo e mostrano, invece, come ogni disciplina, ogni istituzione e ogni attore sociale producano una particolare rappresentazione della stessa realtà.
In questo senso il PORTRAIT dedicato a Palermo assume anche un valore metodologico. Raccontare una città-porto significa riconoscere che le infrastrutture, i progetti, le decisioni politiche, le iniziative imprenditoriali, la ricerca scientifica e la produzione culturale appartengono a un unico ecosistema. Solo osservandoli insieme è possibile comprendere come un porto contemporaneo diventi non soltanto una macchina logistica, ma un’infrastruttura territoriale, un paesaggio culturale e un progetto di città. Il ritratto che emerge da queste pagine non è quello di un porto definitivamente compiuto, ma di un organismo in continua trasformazione che – come scrive Filippi – «ha fatto molta strada per poter essere un porto». In esso la storia continua a dialogare con il progetto, la memoria con l’innovazione e la dimensione locale con le reti mediterranee e internazionali.
Più che raccontare ciò che Palermo è stata, questo numero ambisce a documentare il modo in cui la città sta imparando, attraverso la sperimentazione, a costruire ancora una volta il proprio futuro guardando al mare. Buona lettura.
IMMAGINE INIZIALE | Palermo Marina Yachting. (© Sandro Scalia).