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Palermo e il mare: simbiosi tradimento rigenerazione
Nascita e prime dinamiche
Per comprendere il perché di questo titolo bisogna guardare all’urbano di Palermo e non alle sue derivazioni territoriali lambite sino ad oggi dal mare, Romagnolo e Mondello dalla parte opposta, oggi elemento ancora scarsamente attivo nel primo, fattivo da circa un secolo nel secondo.
La città nasce dal mare, di un mare dal quale, insieme al nome, assorbe l’umanità variegata delle sue coste e anche la straordinaria ricchezza e complessità che da esso si genera, dando luogo, nell’incontro-scambio di culture diverse, a feconde fertilizzazioni tra esseri umani e habitat. In un tempo diverso dall’oggi fu considerato sacrale questo mare, perché delle genti patrimonio comune; una sacralità generata da una cultura antica, da una tradizione perpetuata nel tempo e da un’appartenenza consolidata da un uso corrispondente e necessario, perché tessuta da consapevolezza. C’è per quella che diverrà Panormus un porto naturale, ed è da esso che dipenderà la sua genesi. Vi sfociavano il Kemonia e il Papireto, Delimitano uno spazio alto roccioso di forma ovoidale. Alcuni uomini ne comprendono le potenzialità. Decidono di stanziarvisi. Sono i fenici che insieme agli indigeni nell’ottavo secolo a.C. costruiscono un insediamento fortificato, la Paleopoli detta anche Ziz orientata verso il mare a nord est e verso i monti a Sud-Ovest, difesa dai due corsi d’acqua: un impianto a pettine con asse centrale sin da subito strada mercato. Ambedue, Paleopoli e Neapoli, crescono e si sviluppano dal mare. Dal mare si vedono e vedono il mare dall’infanzia all’adolescenza. e questo loro essere darà vita a un lungo e intenso scambio che va oltre l’ambito economico. Crocevia di popoli, interagendo con essi, darà vita a feconde stratificazioni culturali, di cui ruolo significante è stato ed oggi è tornato ad esserlo il legame e la relazione con il mare.
Dal nome Cala, è punto di incontro tra il mare e la prima urbanizzazione di un territorio caratterizzata da una pianura alluvionale fertile e ricca d’acqua, racchiusa tra i monti e il Mar Tirreno: la Conca d’Oro.
Difeso dal normanno Castello a Mare, fra tardo Medioevo e metà Quattrocento nasce il principale approdo della città che resterà tale fino al cinquecento, quando il suo ruolo inizia ad essere scalfito dallo sviluppo portuale dei quartieri di Santa Lucia e di Sant’Erasmo.
Presto, lo si è già detto, sarà chiamata Cala, divenendo ponte e sosta per le rotte marittime nel Mediterraneo. È uno spazio che si prolunga verticalmente concludendosi in una forma curvilinea, simile a una falce di luna, dove al di là di essa si genera l’avvio della Neapoli, mescolamento di acque scogli e persone. Ma c’è il primo insediamento in alto, e guarda il mare. Suoi cardini generativi e strutturanti sono i due fiumi, le cui acque sfociando diventano, in un travaso continuo, figli di questo mare.
Sul tradimento di nobili e clero e positività nonostante tutto
Per riflettere ora sulla seconda parola del titolo, – tradimento – che ho dato a questo mia riflessione sul rapporto di Palermo con il mare e su quanto da esso determinato, ‘vediamo’ la stessa storia da un punto di vista che potrebbe sembrare inopportuno – potere e architettura -. Non lo è.
Certo, se dipendesse da lei credo che l’architettura vorrebbe essere indipendente dal potere. Ma non può, sicché, suo malgrado, procedono insieme, generando qualche volta effetti ritenuti positivi dalla cultura del tempo e che tali successivamente si mantengono. In proposito altamente significativo quanto realizzato a Noto dal duca di Camastra e, con un salto ad oggi, gli interventi progettati dallo Studio Provenzano Associati lungo la costa portuale di Palermo. Eppure la più che secolare sua storia mostra dei sodalizi per così dire ‘interessati’.
Voluti quindi.
Lo fu certamente quello della sua genesi, il cui legame fra l’architettura e l’urbanistica dipese certamente non dai fenici ma da colui che nell’VIII secolo a. C. lì coordinava, il capo pertanto, creandosi così il primo nucleo della città su uno spazio elevato, formalmente simile a un lungo fagiolo, con una via centrale, l’Al-Qasr araba per la presenza di una cittadella fortificata che collegava l’antico palazzo reale al mare, poi Cassaro, dall’Unità d’Italia Corso Vittorio Emanuele.
E si ripeté dopo moltissimi secoli, mutando radicalmente l’antico rapporto di Palermo con il mare di cui il porto era una realtà di grande rilievo. (Si veda l’immagine seguente come compendio di quanto esposto).
La città medievale. (Tratto da Lima, A.I., 1997, p. 22).

Era il 1601 e, consenziente il Senato, a nobili e clero servì una via in cui innalzare i loro palazzi e conventi. Ma il potere non era solo costituito da loro. C’era prima di loro, sia pure ‘ufficialmente’, il viceré di Sicilia Bernardino de Cárdenas y Portugal da cui la strada, poi prese il nome. Sorse così la via Macheda e sui quattro canti, creati dall’incrocio con il Cassaro, una cupola di cielo dette ulteriore voce al potere della Chiesa. (Si veda l’immagine seguente come compendio di quanto esposto).
L’ottagono determinato dall’incrocio tra la via Maqueda e il Cassaro (Corso Vittorio Emanuele) a Palermo, noto come Quattro Canti o Piazza Vigliena, un celebre spazio barocco a pianta ottagonale. (Tratto da Enrico Guidoni, Angela Marino, Il Seicento, Laterza, Roma-Bari 1979, p. 70; rilievo: da L. Natoli).

La pubblicizzazione che del nuovo asse con le sue architetture fece già Giovan Battista Maringo nel 1609, seguita poi da una storiografia prodiga di apprezzamenti e lodi, pose in secondo piano l’apertura verso il mare attuata prolungando il Cassaro, generandosi così, un ventennio prima, quando erano già avviati i lavori del molo nord inadeguato sin dal primo Cinquecento, per volere del viceré di allora la passeggiata a mare della città, come il suo nome chiamata Colonna, che da Porta Felice precedentemente creata, si unì nel tardo Seicento allo stradone di Alcalà, dicendola via Lincoln in seguito. (Si vedano le immagini seguenti come compendio di quanto esposto).


A sinistra: La città tra tardo Medioevo ed Età Moderna. (Tratto da Lima, A.I., 1997, p. 27). In alto: Mare e Strada Colonna. (Tratto da Lima, A.I., 1997, p. 53).
E fu questa passeggiata che, nonostante tutto, contribuì a tener viva la relazione con il mare che acquistò maggior vigore quando l’arrivo del tardo Ottocento portò con sé imponenti alberature generatrici di benessere per corpo e spirito.

Strada Colonna dal bastione Tuono. (Tratto da Lima, A.I., 1997, p. 54).
Con la guerra una risposta distruttiva
Alla devastazione di città e territorio segue la drammaticità del dopo evidenziando da parte di chi allora governava una scelta decisionale che cambiò radicalmente il rapporto della gente che la gente con la seicentesca strada Colonna aveva con il mare. Lo vedeva, ne respirava i profumi. E fu lì che interrarono, e per una notevole lunghezza, gran parte delle macerie determinate dai bombardamenti. (Si veda l’immagine seguente come compendio di quanto esposto).
I bombardamenti alleati del 1943. (Tratto da Giornale di Sicilia on line).

Una decisione di terribile incompetenza. Creò la cesura tra la città e il suo mare ancor più acuita dalla barriera determinata dalla strada lungo il Porto della Cala, via via lasciando al degrado l’intero sviluppo costiero sino agli albori del nuovo millennio.

Foro Italico. A che serve l’interramento del ’45. (Tratto da Lima, A.I., 1997, p. 54-55).
Sostenuto da una nuova politica cercherà di rimediare l’architetto Italo Rota, per il cui incarico datogli nel 2005 penso non sia esente l’intelligente regia di Maurizio Carta.

Il Parco Prato di Italo Rota. (Foto di sinistra da Giornale dell’Architettura; foto al centro e a destra da Divisare).
Ritengo importante soffermarmi sugli esiti di questo incarico per almeno tre motivi:
- il significato e valore storici di questo luogo così spazialmente e longitudinalmente esteso là dove era la Passeggiata alla Marina lungo la Strada Colonna;
- i contenuti del progetto e della sua realizzazione che esprimono senza dubbio alcuno la presenza di un progettista competente, con capacità immaginativa fondata sullo studio del luogo e della storia cui esso appartiene;
- la ‘gioiosità’ dell’interpretazione di cui protagonista espressa anche dalla diversità dei colori.
Chi Il Parco Prato di Italo Rota. (Foto di sinistra da Giornale dell’Architettura; foto al centro e a destra da Divisare).
Chi è quindi Italo Rota (1953- 2004). Assurdo tracciarne qui una biografia sia pure breve, necessario tuttavia dire del perché della sua notorietà non solo italiana.
Penso che leghi insieme una trasversalità curiosa e immaginifica.
Nutrita da tutte le cose del mondo, lega, come mirabilmente sanno fare i bambini, forme, spazi, immagini. Cosa fa dunque nel restituire il mare così a lungo negato ai cittadini di Palermo?
“Parco Prato” è chiamato e consente una passeggiata in bicicletta, a doppio versante Cala-S. Erasmo, una pista ciclabile di forma anulare, in cemento verde, con disegni in resina bianca. Definita assialmente rispetto alla Porta dei Greci, lampade a luce nera a segnare centralmente il percorso. Protezione ma non chiusure tramite dissuasori removibili in terracotta invetriata, infrangibili, formalmente con una duplice evocazione:
- il busto di Eleonora d’Aragona, opera di Francesco Laurana, (Museo Abatellis), in terracotta e infrangibile reiterato lungo il perimetro;
- l’impiego di un materiale radicato nella tradizione riproposto nei pali posti lungo il camminamento centrale, e soste in sedute a forma di divano”, con tappeto in cemento rosso al centro, la cui decorazione prevedeva nel progetto originario l’incarico a Rota.
Ma il vandalismo e la mancanza di una adeguata manutenzione hanno inciso nel senso e nella originalità del progetto con la perdita di molti dei suoi elementi connotativi.

Il Parco Prato oggi. (© Daniele Ronsivalle, 2026).
Maurizio Carta: azione politica e creatività lungimirante in talentuosa fusione
La curiosità e la prontezza a captare il nuovo gli appartengono. Ritenendo che la cultura è atto politico, l’intellettuale per realizzare ciò che ritiene utile deve avere potere, e se c’è disconoscimento il potere muore. Ecco quindi la sua costante comunicazione sui social. L’erudizione non gli appartiene e inoltre l’intellettuale deve sapere anche scrivere con un linguaggio chiaro e pur tuttavia complesso, ‘stratificato’ lo chiamerei. Basti leggere un suo recente contributo sul waterfront come nuovo “cardo” della città per cogliere la freschezza di uno scrivere colmo di risonanze che aprono al futuro la memoria.
Stratega e regista insieme del ricongiungimento della città al ‘suo mare’, nel tendere a trasformare il waterfront in una “città liquida” e in un “progetto di città”, triplice l’articolazione direzionata del suo ruolo:
- Riqualificazione della Costa Sud, finalizzata alla restituzione della balneabilità e alla creazione di parchi e infrastrutture verdi.
- Elaborazione di un nuovo Piano Urbanistico Generale (PUG) vede e interpreta la costa come “il più grande parco lineare e spazio pubblico della città, collegando il porticciolo di Sant’Erasmo al resto del litorale”.
- Regolamentazione e riordino dell’intera estensione del lungomare atta a ottenere una fruizione sostenibile, così completando l’istruttoria del Piano di Utilizzazione del Demanio Marittimo.
Al fine di ciò su cui scrivo il 2005 assume una rilevante importanza. Con la nomina di consulente dell’Autorità Portuale inizia ad occuparsi del Masterplan del fronte a mare, esteso 27 km da Acqua dei Corsari a Mondello e Sferracavallo, e del Piano Regolatore per la riconnessione del porto con la città. Penso che anche ad alcuni laureandi dia questo oggetto come tesi., e tra essi c’è Sebastiano Provenzano che diverrà il suo alter ego nel progetto di rigenerazione di tre luoghi del lungomare costiero.
Sebastiano è uno dei suoi tanti allievi. Praticando il canottaggio ha colto le potenzialità insite nel lungomare. Farà una tesi sulla realizzazione di un piano regolatore portuale di scala vasta e di un piano particolareggiato. Questa la sua proposta. Si laurea nel 2003, partecipa a un concorso per la riqualificazione dell’intera area portuale che non vince, ma viene inserito insieme ad altri giovani architetti nell’Officina di Architettura del Porto di Palermo istituita da Nino Bevilacqua, presidente dell’Autorità del Sistema Portuale.
Le crescenti esigenze di spazi che uniscano struttura e spazialità accoglienti e continui al tessuto urbano sollecitano l’avvio degli interventi di cui il primo è sulla Cala che, incaricato come consulente architettonico, Sebastiano elabora con Giulia Argiroffi. Inteso come “atto biopolitico che presuppone visione, conversazione permanente, negoziato, decisione” è la genesi di un lungo processo di rigenerazione frutto di un atto collaborativo.
In sequenza cronologica: 2008-2010 Cala; 2018-2019 porticciolo di Sant’Erasmo; 2020-2023, Molo Trapezoidale.
Nell’unire attenzione alla qualità e alla fruizione, sublimando quanto legato alle funzioni, denominatore comune di tutti gli interventi è dare al mare, riaprendolo alla massima visibilità, con uno sguardo attento anche alle pavimentazioni tradizionali del centro storico.
Intervento sulla Cala


Le aree di interazione città-porto nel PIAU Porti&Stazioni (2008) che confluiranno nel progetto di Piano Regolatore Portuale e lo stato di fatto della Cala prima degli interventi. (Fonte: Piano Regolatore Portuale, 2018).
Non poco molto. Intervento riuscito.
Nel creare un insieme articolato in cui il volume materico rifiuta qualsiasi definizione geometrica risolvendosi in una lunga sporgente leggera volumetria.
Come in altri suoi progetti cura delle prospettive e delle vedute oblique.
Ma riuscito anche per quanto alla base si era prefisso: pulizia e liberazione eliminando le barriere, rimuovendo le imbarcazioni parcheggiate sopra la banchina, demolendo le capanne sovrapposte a containers, sostituendo le pavimentazioni di catrame. (Si veda l’immagine precedente come compendio di quanto esposto).
Vista aerea del Parco Prato e del porto commerciale (Elaborazione da Giornale dell’Architettura).


Interventi di riqualificazione della Cala, viste del corpo di fabbrica a sud alla fine dei lavori. (© Sebastiano Provenzano, 2008).

Interventi di riqualificazione della Cala, il portico a sud alla fine dei lavori a sinistra e nel suo uso attuale. (A sinistra © Sebastiano Provenzano, 2008; a destra © Antonietta Iolanda Lima, 2026).
2018-2019 Riqualificazione di Sant’Erasmo
Iniziata sotto la gestione dell’Autorità Portuale guidata da Pasqualino Monti, pochi ma ben meditati i suoi contenuti: tre edifici con 1.500 metri quadri a verde, 6mila metri quadrati di spazio calpestabile, nuova pavimentazione, con il recupero di tratti di basolato originario.

Interventi di riqualificazione di Sant’Erasmo. (© Sebastiano Provenzano, 2019).
Interventi di riqualificazione di Sant’Erasmo. La relazione con il mare e con l’Istituto Padre Messina. (© Sebastiano Provenzano, 2019).

La banchina del porticciolo di Sant’Erasmo, il contesto urbano e il piccolo corpo di fabbrica sede dell’associazione dei pescatori. (© Antonietta Iolanda Lima, 2026).

Spazi urbani di contesto dell’Istituto Padre Messina al porticciolo Sant’Erasmo. (© Sebastiano Provenzano, 2019).

Pensato in una logica di apertura al mare, luogo aperto alla fruizione della collettività e di funzioni connesse al tempo libero, “l’intervento persegue la massima semplificazione architettoniche e la riduzione dei materiali adoperati limitandoli tra quelli tipici della tradizione locale: intonaco, pietra di Billiemi e legno. La poca volumetria realizzata, si sostituisce, riducendone l’impatto, a quella originariamente presente demolita.

Interventi di riqualificazione di Sant’Erasmo. Il corpo di fabbrica del ristorante e la passeggiata lungomare. (Foto di sinistra e al centro © Antonietta Iolanda Lima, 2026; foto a destra © Daniele Ronsivalle, 2026).
2020-2023 Rigenerazione del Molo Trapezoidale

Il Castellammare appena “liberato” per la realizzazione del connesso parco archeologico. (Tratto da Renata Prescia, Restauri a Palermo, Kalos, Palermo, p. 69).

Rigenerazione del Molo Trapezoidale. Vista aerea tridimensionale del progetto. (Fonte: https://www.promisedlands.it/studio-architettura-Provenzano-associati).
Le immagini dicono tutto. Ne ho selezionato qui di seguito alcune che ritengo essenziali – e inoltre internet abbonda di siti con descrizioni non banali aggiungendosi un’interessante intervista fatta all’architetto Sebastiano Provenzano che, collaborato dai membri del suo studio, ne è l’autore.
Ritengo rilevante l’aver scelto il Castello a cardine dell’intero processo progettuale e con esso l’acqua, elemento che rimanda alle grandi peschiere dei Castelli della Zisa e di Maredolce, entrambi, qui, ben reinterpretati.
Trovo ugualmente positivo, nella valutazione dell’insieme, l’attenzione a dare scorci diversi al fruitore/i mediante feritoie in una sequenza di cortili di dimensioni diverse.
Ben riuscita la scelta dei materiali utilizzati per spazi e strutture. Tre i principali:
- essendo in esaurimento le cave di Billiemi, il basalto sardo di color grigio chiaro, dotato di eccezionali qualità fisiche e estetiche, per le pavimentazioni e per il rivestimento degli edifici.
- l’acciaio Corten, “che per sua natura propone questo effetto arrugginito e una elevata resistenza alla corrosione che ben si sposa in un contesto marino”.
- l’intonaco bianco, con “l’utilizzo di pannelli in fibrocemento per esterni, ideali per essere avvitati e incollati alla struttura portante in acciaio, agevolando così le maestranze durante le fasi di montaggio”.
La pienezza creativa dell’ideazione ritengo si concentri nel come S. P. rigenera il parco archeologico del Castellamare e nell’incipit volumetrico dell’intervento che definirei armonicamente equilibrato sia dimensionalmente che nel misurato accostamento del bianco con il corten che nelle vedute angolari scatta fuori le sue brunite volumetrie.

Il Castello a Mare. (© Giuseppe Tucci, 2009).
Rigenerazione del Molo Trapezoidale. La fontana. (© Filippo Bartoli, 2026).


Rigenerazione del Molo Trapezoidale. Viste del centro congressi. (© Sebastiano Provenzano, 2026).
Dalla Cala al Molo Trapezoidale. Un percorso riscoperto. (© Filippo Bartoli, 2026).

E ancora ben riuscito la definizione delle ampie vedute paesaggistiche affidata al bruno del corten in positivo contrasto con il bianco.
Sul bianco: come e perché
La bianca nitidezza è cardine dell’intero progetto, ne plasma l’identità.
In musica il bianco è il foglio pentagrammato vuoto da cui parte ogni compositore, che rappresenta l’inizio di una nuova idea o il blocco creativo dell’artista. Ecco sono. talmente nitidi questi volumi da darmi l’idea che nulla potrebbe più farsi per essi. E questo potrebbe essere positivo. Da aggiungere inoltre che ciò che si chiama “musica bianca” fa riferimento a un suono in cui “tutte le frequenze udibili dall’orecchio umano con la stessa ampiezza”. E del resto il bianco come colore tiene in se tutti i colori. E’ un bene anche per questo usarlo? No, direbbe Italo Rota che come già evidenziato lascia anche lui tracce creative nel lungomare. Ma il bianco in architettura è usato non solo da Siza ma anche da Campo Baeza e da Aires Mateus, portoghesi come lui, e ancora da Meier, da Calatrava. Lo amano soprattutto per la sua capacità di catturare la luce cangiando così le superfici durante le ore del giorno.
Come loro anche Sebastiano Provenzano. Ci conduce al “maestro” in cui si riconosce: Alvaro Siza, un portoghese saturo di premi, autore alcune volte di opere di grande fascino, il cui come nel creare volumetrie architettoniche bianche che riprendono la tradizione iberica e popolare generata dal bisogno di difendere le case dal caldo, sanificare gli spazi e riflettendo la luce solare dialogare per contrasto con il paesaggio. Possibile trovare l’uso di questo bianco in Sicilia a Panarea e a Lipari nelle Eolie, a Marzamemi nel Siracusano e, ancora leggibile, in alcuni bagli rurali. Non a Palermo storicamente segnata da una triade di culture lontanissime dal ‘bianco’: l’arabo-normanno, il barocco, il liberty che in noi riecheggiano. Tuttavia ritengo che la dove Sebastiano Provenzano lo ha usato vada benissimo. Con la luminosità, evoca la frescura. Forse un ripensamento progettuale avrebbe richiesto il parallelismo dei volumi ideati per le vendite commerciali per i quali inoltre vasi e fioriere posti centralmente crescendo creeranno una cesura negativa. Nuoce a mio parere infine la mancanza di alberature ombrose nell’intero progetto. Le palme sono una memoria a tal fine inutile.

Rigenerazione del Molo trapezoidale. Viste d’insieme e dettagli. (Foto © Sebastiano Provenzano, 2023, tranne la seconda della prima fila, la prima, la terza e la quarta della seconda fila © Filippo Bartoli, 2026).

La cantina vinicola Adega Mayor di Alvaro Siza Vieira a riferimento per comprendere il senso del “bianco” nel progetto di Sebastiano Provenzano. (Fonte: https://divisare.com/projects/93262-alvaro-siza-vieira-fernando-guerra-fg-sg-adega-mayor-winery).
IMMAGINE INIZIALE | Il parco archeologico di Castello a Mare incorniciato dalla fontana del Palermo Marina Yachting. (© Filippo Bartoli, 2026).
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RIFERIMENTI
Carta, M. (2026), “Il waterfront di Palermo come nuovo “cardo” della città”, in Industria delle Costruzioni, 499, giugno 2026, pp. 74-77.
Lima, A.I. (1997), Palermo Strutture e dinamiche, in “Collana delle città” diretta da Bruno Zevi, n. 1, Testo e Immagine, Torino.
Lima, A.I. (2026), “Palermo e il mare. Dalla genesi al tradimento e ai primi semi di rigenerazione”, in Industria delle Costruzioni, 499, giugno 2026, pp.71-73.
Lino, B. (2021), “Prototipi per la città liquida”, in Palermo Biografia progettuale di una città aumentata, a cura di M. Carta, Lettera Ventidue edizioni, Siracusa, pp. 517-596.
RINGRAZIAMENTI
Ringrazio vivamente Daniele Ronsivalle per due motivi: il modo intelligente con cui mi ha collaborato nell’impaginazione del testo; la partecipazione alla conclusione del mio ‘viaggio fotografico sul campo’ per nuove foto o sostituzioni.
Ringrazio inoltre il carissimo Filippo Bartoli che ancor prima di Daniele mi ha accompagnato nella prima parte del mio ‘fotografare’ il lungomare e gli interventi su esso.