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Vedere quello che non c’è
Il Molo Trapezoidale, Palermo e il coraggio di immaginare una città diversa
C’è un’incisione inglese dell’Ottocento appesa nel mio studio. Raffigura il porto di Palermo visto da Monte Pellegrino. È una di quelle immagini che sembrano appartenere soltanto alla memoria della città, e invece parlano sorprendentemente del suo futuro.
Me la regalò mio figlio. La osservai a lungo senza comprenderne fino in fondo il significato. Era una bella veduta del porto borbonico, nulla di più, pensavo. Poi fu lui a spiegarmi perché l’aveva scelta: «Hai visto quello che non c’era». Sono parole che mi accompagnano ancora oggi. Allora capii che non mi aveva regalato un’incisione, mi aveva regalato una chiave di lettura della mia stessa esperienza.
Perché, in effetti, ho avuto il privilegio di far parte di quel gruppo di imprenditori che, insieme ai professionisti, ai docenti universitari e ai rappresentanti delle istituzioni, ha avuto la fortuna – e forse anche l’incoscienza – di credere in qualcosa che ancora non esisteva. Non semplicemente un progetto edilizio, ma una diversa idea di città.
La rigenerazione urbana, prima di essere un insieme di opere pubbliche, è questo: la capacità di vedere ciò che ancora non c’è.
Una città nata dal mare che aveva dimenticato il mare. Palermo è una delle poche città europee la cui identità coincide con il proprio porto. Fondata dai Fenici, i greci e poi i romani la chiamarono Panormos e poi Panormus, “tutto porto”. Non era soltanto un nome geografico, era la descrizione della sua natura. Palermo è nata perché esisteva quel golfo, protetto dai venti e naturalmente adatto all’approdo delle navi. Per secoli città e porto sono stati un’unica realtà. Poi qualcosa si è spezzato.
Il Novecento, con la progressiva industrializzazione delle attività portuali, la crescita della logistica e le esigenze della navigazione commerciale, ha lentamente trasformato il porto in uno spazio separato dalla città. Cancelli, recinzioni, magazzini, depositi, capannoni hanno costruito una barriera fisica, ma soprattutto culturale.
Intere generazioni di palermitani sono cresciute senza vivere il proprio mare. Era una contraddizione quasi paradossale. Una città di mare che non riusciva più a guardare il mare.
La riconquista del waterfront non è stata quindi soltanto un intervento urbanistico. È stata la ricostruzione di un’identità collettiva.
Il coraggio della visione
Le grandi trasformazioni urbane non nascono mai per caso. Nascono quando qualcuno decide di guardare un luogo non per ciò che è, ma per ciò che potrebbe diventare.
Nel caso del porto di Palermo questa visione è stata costruita negli anni, prima con il lavoro avviato sotto la presidenza di Nino Bevilacqua e successivamente sviluppato e realizzato con grande determinazione dal presidente Pasqualino Monti su progetto di Sebastiano Provenzano, uno dei giovani architetti selezionati nel 2006 da Flavio Albanese e Maurizio Carta per redigere il masterplan del Piano Regolatore del Porto di Palermo.
L’operazione è stata molto più complessa di quanto oggi possa apparire passeggiando tra i moli.
Prima è stato necessario demolire migliaia di metri quadrati di superfetazioni industriali, bonificare aree degradate, ripulire i fondali, rifare completamente le reti infrastrutturali e restituire continuità fisica tra la città e il porto. Solo dopo è stato possibile immaginare nuovi spazi pubblici, percorsi pedonali, attività culturali, servizi turistici, ristorazione e aree verdi. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Quello che un tempo era uno spazio negato è diventato uno dei luoghi più frequentati della città.
La memoria che diventa progetto
C’è però un aspetto del Molo Trapezoidale che considero il più affascinante. Ogni città possiede una memoria visibile e una memoria nascosta. La memoria visibile è quella dei monumenti. Quella nascosta è fatta delle tracce che il tempo ha cancellato.
Nel caso del Molo Trapezoidale, una parte importante della storia era rappresentata dal Castellammare, la poderosa fortezza che per secoli difese Palermo. Il castello possedeva un piccolo porto interno, protetto da un bastione e da un molo. Di quel sistema difensivo rimanevano soltanto le impronte archeologiche.
Il progetto di Sebastiano Provenzano ha avuto un’intuizione di straordinaria eleganza: trasformare quelle tracce in uno spazio contemporaneo. Il lago urbano non è un semplice elemento ornamentale, è la rappresentazione dell’antico porticciolo del Castellammare. L’acqua racconta ciò che la pietra non riesce più a mostrare. In questo consiste la migliore architettura: non imitare il passato, ma renderlo comprensibile ai cittadini di oggi.

Il Pier 38 nella prospettiva di Monte Pellegrino e della Cala. (© Studio fotografico Pucci Scafidi).
Quando il pubblico incontra il privato
La rigenerazione urbana, tuttavia, non vive soltanto di progetti pubblici. Ha bisogno di imprenditori disposti a investire. Ricordo perfettamente quando Pasqualino Monti volle coinvolgere un gruppo di imprenditori siciliani affinché il nuovo waterfront rappresentasse anche il meglio dell’iniziativa privata dell’isola. Fu una scelta tutt’altro che scontata. Avrebbe potuto affidare quegli spazi esclusivamente a grandi operatori nazionali. Scelse invece di dare fiducia al territorio.
Da quella intuizione nacque Pier 38, la società della quale ho l’onore di essere il presidente e che è diventata il principale concessionario dell’area demaniale di Palermo Marina Yachting nell’edificio che si affaccia sul lago urbano con i marchi Pasticceria Costa, Birra Ribadi, Giglio.com, Morettino Lab, Retrobottega di P&V, Panaro, Cappadonia Gelati e Gambero Rosso Academy.
Oggi, osservando il successo di questo luogo, molti potrebbero immaginare che il percorso sia stato semplice. La verità è esattamente l’opposto.
Il rischio di credere prima degli altri
Non tutti credettero nel progetto. Molti guardarono con prudenza quella trasformazione. Alcuni preferirono aspettare. Altri rinunciarono del tutto. Ricordo perfettamente quanto fu difficile completare l’assegnazione delle superfici disponibili. L’area più importante rimaneva ancora senza una destinazione. Fu allora che decidemmo di compiere un autentico salto nel vuoto. Pensammo di realizzare una scuola di cucina mediterranea all’interno di un porto turistico. L’idea fu di Giuseppe Biundo. Oggi può sembrare quasi ovvio. Allora era un’idea decisamente fuori dagli schemi. Nessuno di noi aveva esperienza nel settore della formazione gastronomica. Era, semplicemente, un’intuizione o forse un azzardo.
Ma è proprio questo che distingue spesso l’imprenditorialità dall’amministrazione: la disponibilità ad assumersi un rischio quando ancora non esistono certezze.
L’incontro che cambiò tutto
La svolta arrivò quasi per caso. Ebbi l’occasione di incontrare Angelo Sajeva, manager di origine palermitana, attuale presidente del Gambero Rosso. Gli mostrai il rendering dell’area. Lo osservò pochi secondi, poi disse una frase tanto semplice quanto decisiva: «Questa scuola deve diventare una Gambero Rosso Academy».
In quel momento tutto trovò una direzione. Da quell’incontro nacque la scuola di cucina che oggi rappresenta una delle realtà più belle e prestigiose del panorama italiano.
Credo sia difficile trovare un’altra Academy che possa vantare un’aula didattica affacciata, da una parte, sul lago urbano che ricostruisce idealmente il porto del Castellammare e, dall’altra, sulla Cala di Palermo.
Dodici postazioni professionali ospitano corsi per aspiranti chef, master specialistici, eventi aziendali, degustazioni e serate dedicate agli appassionati. È una scuola. Ma è anche uno spazio culturale. È un luogo dove la gastronomia diventa esperienza condivisa. Ed è forse proprio questo il significato più profondo della rigenerazione urbana.
La città ritrova sé stessa
Quando si parla di rigenerazione urbana si tende spesso a misurare il successo attraverso gli investimenti, i metri quadrati recuperati, il numero dei visitatori o l’incremento del turismo. Sono indicatori importanti, ma non bastano. La vera misura del successo è un’altra. È vedere bambini che corrono dove prima c’erano capannoni. È osservare famiglie passeggiare dove un tempo era impossibile entrare. È incontrare turisti e cittadini che condividono lo stesso spazio senza percepire alcuna separazione. È riscoprire un luogo che sembrava perduto.
Il professor Giuseppe Guerrera ha definito questa trasformazione una delle più importanti opere pubbliche realizzate a Palermo negli ultimi decenni, capace di restituire alla città il proprio porto e di generare una nuova economia fondata sul turismo, sulla nautica e sui servizi. Una valutazione che condivido pienamente.

Il Pier 38 nella prospettiva di Monte Pellegrino e della Cala. (© Studio fotografico Pucci Scafidi).
Hai visto quello che non c’era
Ogni volta che passo dal Molo Trapezoidale penso a quella frase pronunciata da mio figlio davanti all’incisione inglese: «Hai visto quello che non c’era.». Oggi credo che racchiuda il significato più autentico di questa esperienza. Perché le città non cambiano semplicemente grazie ai finanziamenti o ai progetti. Cambiano quando qualcuno riesce a immaginarle diverse. Quando istituzioni illuminate, progettisti competenti e imprenditori responsabili decidono di condividere una visione. Quando il pubblico crea le condizioni affinché il privato possa generare valore per la collettività.
Il Molo Trapezoidale non è soltanto un intervento urbanistico riuscito, è la dimostrazione che Palermo può trasformarsi senza rinnegare la propria storia. Anzi, proprio recuperando le tracce del proprio passato. “Palermo è possibile” fu il motto dell’inaugurazione del 13 ottobre 2023 alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Quel lago urbano che oggi riflette il cielo di Palermo non è soltanto acqua. È memoria. È identità. È il segno concreto di una città che ha finalmente ritrovato il coraggio di guardare il proprio mare. E, forse, di vedere ancora una volta quello che non c’era.
IMMAGINE INIZIALE | L’antico golfo e il porto di Palermo in una stampa d’epoca intitolata “Città e baia di Palermo”, a testimonianza della secolare vocazione marittima e commerciale del capoluogo siciliano.