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Ex Chimica Arenella: quando una fabbrica costruisce il paesaggio
Per comprendere a fondo la natura dei luoghi di cui parleremo in questo articolo è utile fare un gioco d’immaginazione, di presenze e assenze che rivelano una dialettica proficua tra l’ideale e il reale. E allora immaginiamo di affacciarci sul tratto di costa palermitano, tra l’Arenella e Vergine Maria, agli inizi del Novecento. Ai piedi di Monte Pellegrino, di fronte all’immensità del Mediterraneo, una piana degrada verso il mare. Verso sud, sullo sfondo la città; davanti, il mare d’un azzurro intenso; a chiudere la scena, la montagna. Un anfiteatro naturale. E, nel mezzo, una fabbrica chimica (immagine seguente).

Gli interni dell’ex stabilimento: vuoti che fanno del sito una narrazione spaziale. (© Silvano Arcamone).
La fabbrica che riannoda città, mare e Monte Pellegrino
Oggi sarebbe impensabile solo pensare di realizzare in un luogo simile una fabbrica chimica. L’attuale sensibilità ci fa credere che un grande impianto industriale, piantato proprio lì, tra la città e il mare, sia una ferita: un corpo estraneo che interrompe lo sguardo, che recide il filo tra la montagna e il mare.
Eppure, è accaduto il contrario.
Quella fabbrica – l’ex Chimica Arenella – non ha consumato il paesaggio, lo ha costruito. Ne è diventata la misura, il racconto, la profondità. Adesso proviamo a toglierla con il pensiero: resta un luogo bellissimo e muto. Riportiamola dov’è, oggi ridotta ad archeologia industriale e quel luogo torna a parlare. Parla di storia, di lavoro, di una stagione temeraria in cui una Palermo internazionale seppe guardare oltre i propri confini.
È da questo paradosso che conviene partire. Il resto di questa storia racconta come una fabbrica sia diventata paesaggio e perché oggi valga la pena ascoltarla di nuovo.
Un paesaggio, per esistere come tale, ha bisogno di una misura: qualcosa che dia scala alle cose, che metta in rapporto la montagna con il mare e l’orizzonte con il passo di chi cammina. All’Arenella, quella misura è la fabbrica. Le volumetrie allineate, i corpi di fabbrica, la ciminiera che buca il cielo, la torre piezometrica che mette ordine intorno a sé come un compasso, sono il metro con cui il paesaggio assume una sua tensione. Senza di esse, monte e mare resterebbero due grandezze sublimi e incommensurabili, con esse, diventano un luogo.
È qui che l’archeologia industriale si fa patrimonio industriale e rivela la sua forza (TICCIH, 2003). È la traccia di un’intelligenza che ancora oggi lenisce il dolore di una sconfitta: il modo in cui una comunità ha saputo, in un certo momento, abitare la soglia tra la terra e il mare. Ogni capannone, ogni vasca, ogni struttura custodisce la logica di un processo, la fatica di un mestiere, il disegno di un’ambizione e di una visione. Sono pagine di storia urbana e un luogo che possiede pagine così intense possiede un’identità.

La Centrale Termoelettrica: telaio imponente ed ex parete vetrata, il cui lessico – come riconosce il decreto di vincolo – rimanda al protorazionalismo di Peter Behrens e alla AEG Turbinenfabrik. (© Silvano Arcamone).
Chi attraversa oggi quei comparti lo avverte subito: si entra come dentro un film (immagine precedente). Lo sguardo è guidato dai vuoti, trattenuto dai materiali, sorpreso dagli scorci che si aprono d’improvviso sull’azzurro del mare o per converso dal verde intenso della montagna. Il tempo rallenta, la luce che genera ombra gioca con il cemento, con il ferro ossidato, con la natura che ha ripreso possesso dei piazzali e dei viali. La visita di un rudere è un percorso verso una narrazione spaziale, fatta di soglie, di attese, di rivelazioni. In una progressione di architettura cinematica che aumenta la sensazione di straniamento spaziale e di sospensione temporale.
È questa stratificazione a dare al luogo la sua profondità (Corboz, 1985). La storia, all’Arenella, è un materiale ancora vivo: continua a lavorare su chi lo attraversa. Ecco perché possiamo dire che la fabbrica ha costruito il paesaggio e ancora lo costruisce: ogni volta che qualcuno percorre quei vuoti, quel luogo gli racconta da dove viene e ciò che potrebbe ancora diventare. Non smette mai di raccontare e di stimolare, in un valzer sospeso tra passato e futuro che può essere riannodato solo da un progetto giusto.
Per capire quella fabbrica bisogna risalire alla sua origine, che è prima di tutto una storia di capitali e di visioni. Nel maggio del 1909 nasce a Milano, con sede a Messina, la Società Anonima Fabbrica Chimica Italiana Goldenberg. Dietro il nome c’è un’Europa intera: l’azionista di maggioranza è il dottor Oscar Neuberg di Wiesbaden; con lui lo svizzero-messinese Carlo Sarauw, il tedesco Seeligmann, l’alsaziano-palermitano Alberto Lecerf, i fratelli Sofio di Messina e, a sostenere l’impresa, la Banca Commerciale Italiana. Tedeschi, danesi, inglesi, francesi, svizzeri: una compagine cosmopolita che sceglie la costa dell’Arenella per fondarvi una grande industria chimica.
È il segno di una Palermo che, in quegli anni, sa parlare la lingua del mondo.
Nel 1910 la società acquista poco più di 57.000 metri quadrati di terreno presso la tonnara dei Florio, a ridosso della spiaggia. Tre anni dopo gli impianti entrano in funzione. Producono acido solforico e, soprattutto, acido citrico, ricavato dal citrato di calcio della Camera Agrumaria e presto dall’agro dei limoni di scarto. C’è, in questo, un dettaglio che oggi suona modernissimo: la fabbrica trasformava i derivati e gli scarti della filiera agrumicola in un prodotto pregiato, esportato in tutto il mondo. Un’economia circolare ante litteram, costruita sull’abbondanza degli agrumeti siciliani. Un progetto imprenditoriale che fonda la propria visione internazionale sui principi che oggi definiamo sostenibili e circolari.

La Centrale Termoelettrica dell’ex Chimica Arenella in attività agli inizi del Novecento. (Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Decreto di dichiarazione di interesse culturale dell’«Ex insediamento industriale Chimica Arenella» (art. 10, D.Lgs. 42/2004), Foto allegata alla Relazione storico-artistica a cura dell’arch. Emanuela Piazza, 2019).
La Grande Guerra fa il resto. L’acido citrico, disinfettante prezioso negli ospedali militari, diventa strategico e l’Arenella si ritrova a essere la più importante fabbrica del settore in Europa: oltre mille tonnellate l’anno, abbastanza, per un certo tempo, da coprire da sola l’intero fabbisogno mondiale. Nel 1915 abbandona il nome tedesco e prende quello del luogo: Fabbrica Chimica Arenella. Il paesaggio e l’impresa, ormai, portano lo stesso nome, consolidando un processo d’identificazione che li legherà indissolubilmente per sempre.
C’è poi un fatto che riguarda lo sguardo, prima ancora della chimica. Chi osserva oggi quei volumi netti, le superfici tese, la sobrietà quasi severa dei prospetti, fatica a non pensare al proto-razionalismo europeo (immagine precedente). Si direbbe un’eco delle architetture industriali che, negli stessi anni, in Germania, Peter Behrens disegnava per l’AEG: la fabbrica elevata a forma, a dignità estetica, a manifesto di un’epoca. Tale considerazione trova fondamento nel decreto di vincolo che riconosce nella centrale termica un lessico che rimanda al protorazionalismo monumentale di Peter Behrens e alla AEG Turbinenfabrik (Regione Siciliana, 2019). Ma è proprio questa parentela di sguardo a dirci quanto l’Arenella fosse, sin dall’inizio, un’opera europea piantata in riva al Mediterraneo, un’opera che dava dignità alla propria architettura, probabilmente nella piena consapevolezza che avrebbe dovuto saper dialogare con il paesaggio preesistente.
Ma nessuna stagione, per quanto luminosa, dura per sempre. Già negli anni Venti il vento cambia. L’acido citrico comincia a essere prodotto altrove per via sintetica, dalla fermentazione dello zucchero, negli Stati Uniti e in Europa, a costi che l’Arenella non può reggere. Alla concorrenza si aggiungono le lotte interne tra i gruppi azionari, le incertezze, gli errori, la predita di una visione. La fabbrica che aveva nutrito il mondo si scopre, d’un tratto, fragile.
Il colpo arriva tra il 1931 e il 1932, quando la produzione viene sospesa. È, insieme, una vicenda industriale e una ferita sociale. Centinaia di famiglie restano senza lavoro e con loro l’intero indotto agrumicolo, che alla fabbrica forniva la materia prima, ne risente. Lo Stato interviene, l’IRI ne assume il controllo, si tenta il rilancio, ma la parabola, ormai, volge al tramonto.
Poi, il silenzio. Gli impianti si fermano, i cancelli si chiudono e su quel lembo di costa cala una lunga sospensione. Per decenni la fabbrica resta lì, immobile, mentre la città le cresce intorno e quasi se ne dimentica. È quella che possiamo chiamare la pausa urbana (Arcamone, in corso di pubblicazione): il tempo in cui un luogo, smesso il suo compito, sembra sottrarsi al presente.
Eppure, quella pausa non è un vuoto: è un’attesa. Mentre tace, il luogo conserva: trattiene la sua storia, le sue forme, le relazioni interrotte tra il monte e il mare, tra la fabbrica e il quartiere. Resta un luogo sospeso, che aspetta soltanto di essere interrogato di nuovo. La pausa urbana, all’Arenella, dobbiamo immaginarla come il respiro trattenuto prima di una frase nuova.
Riannodare quella frase sospesa significa, prima di tutto, ricucire delle relazioni. Un luogo, del resto, non è mai un oggetto isolato: è un nodo, il punto in cui si incontrano direzioni, sguardi, appartenenze, comunità, attività. E l’ex Chimica Arenella, nel suo lungo silenzio, ha visto allentarsi proprio i fili che la tenevano legata al suo intorno.
Le relazioni urbane e paesaggistiche da ricostruire sono molte e tutte essenziali. Le relazioni tra la parte a monte e quella a mare, oggi separate, che il sito può tornare a tenere insieme. Le relazioni con Monte Pellegrino, presenza tutelare che domina la scena e ne fissa l’orizzonte. Le relazioni con il Mediterraneo, da cui la fabbrica trasse la sua ragione e verso cui ancora si protende. Le relazioni con il quartiere dell’Arenella, contesto umano e sociale che attende di riappropriarsi del proprio affaccio sul mare, mantenendo vivo il rapporto con il Monte Pellegrino (immagine seguente). E le relazioni con il sistema costiero che corre verso nord, lungo una delle più straordinarie promenade paesaggistiche della città.

Il Monte Pellegrino visto dall’ex Chimica Arenella: tra le relazioni da ricucire. (© Silvano Arcamone).
La vera sfida è questa: trasformare l’ex Chimica Arenella in un dispositivo capace di riconnettere ciò che oggi appare separato. Farne una soglia, un passaggio, un punto di ricucitura tra la montagna e il mare, tra la città e il suo fronte nord.
È a questo livello che si gioca la posta vera di una rigenerazione: non tanto in ciò che si realizzerà in quel luogo, quanto nelle relazioni che il progetto saprà riannodare. Aprire l’Arenella alla città significa riaprire un dialogo rimasto interrotto, un modo nuovo di ridare vita all’ex fabbrica. Non più uno spazio industriale chiuso in sé stesso con le sue funzioni produttive, ma un’occasione urbana che aiuta Palermo a riconnettersi con il quartiere dell’Arenella, innestandosi in un processo di riqualificazione dell’intero waterfront della città e potenziando una centralità urbana necessaria su quel fronte della stessa. Ed è proprio qui che entra in scena lo strumento con cui Palermo ha scelto di affrontare la sfida.
Quello strumento si chiama Reinventing Cities. È un programma internazionale promosso da C40, la rete delle grandi città impegnate contro la crisi climatica, che invita amministrazioni e progettisti a trasformare luoghi più o meno dimenticati in modelli di rigenerazione a zero emissioni. Il meccanismo è un concorso: la città mette a disposizione un sito; dei team multidisciplinari – architetti, urbanisti, investitori, esperti ambientali, comunità – propongono una visione; il progetto vincitore si realizza attraverso il trasferimento di una concessione o di un diritto reale. Insomma, un patto tra pubblico e privato attorno a un’idea di futuro.
Palermo ha scelto questa strada per l’ex Chimica Arenella.
Il sito messo a concorso è ampio: due comparti, uno a mare di circa 62.500 metri quadrati e uno a monte di circa 25.000, per un totale di oltre 87.000 metri quadrati e circa 261.000 metri cubi edificati, di proprietà del Comune (immagine seguente).
Le destinazioni attese parlano di una rigenerazione a basso impatto, di valore sociale e culturale, affidata a un equilibrio delicato tra recupero e sostituzione: ricettività, sport e tempo libero, attività culturali e artigianali.
I due comparti del sito: «A» a mare (circa 62.500 mq) e «B» a monte (circa 25.000 mq). (Fonte: Documentazione allegata al bando Reinventing Cities; https://www.c40reinventingcities.org/).

A guidare l’operazione è una governance a più voci: il Comune di Palermo, proprietario delle aree, l’Agenzia del Demanio e la stessa C40. La procedura si è svolta in due fasi: a una prima manifestazione di interesse, che ha raccolto sei candidature, è seguita la selezione di quattro team finalisti, oggi al lavoro sulle proposte definitive, attese entro il novembre del 2026. Chi scrive queste pagine partecipa a quel processo come presidente della commissione di gara: ragione in più per restare, qui, sul significato del luogo e sulle finalità pubbliche dell’operazione, senza entrare nel merito delle proposte in campo.
I quattro finalisti sono squadre di respiro nazionale e internazionale: «PST», raccolto attorno a Barbara Mezzaroma; «I Parchi dell’Arenella», che fa capo a Colliers con Mario Cucinella Architects; «Alchimia», guidato da S.T.I. Engineering con Tiarstudio; «Arena Arenella», che riunisce lo studio di Paola Viganò e Feld72. Le loro proposte resteranno riservate fino alla conclusione del concorso.
Dietro l’apparato tecnico, però, si intravede una scommessa più profonda. Reinventing Cities chiede a Palermo di dimostrare che la transizione ecologica e la cura della memoria possono procedere insieme, che decarbonizzare un luogo non significa cancellarne la storia. È una scommessa affascinante e rischiosa. E si vince, o si perde, sul punto più delicato per tutti.
Il punto più delicato ha un nome doppio: memoria e decarbonizzazione. Il bando chiede un progetto a zero emissioni e, insieme, il rispetto di un’architettura industriale storica. In particolare, chiede di recuperare le presenze architettoniche di qualità e di sostituire ciò che non ha valore, ossia ciò che è stato realizzato negli anni senza la sensibilità architettonica mostrata all’inizio. È in quella congiunzione – «e», non «o» – che si decide la qualità dell’esito.
Il rischio dell’operazione è noto e non riguarda solo l’Arenella: che la logica del rendimento – immobiliare ed energetico – prevalga sulla profondità del racconto, che la «sostituzione» eroda, pezzo dopo pezzo, proprio quella stratificazione che dà al luogo la sua forza, senza garantire una qualità architettonica e paesaggistica all’altezza della sfida lanciata. Tuttavia, è il bando stesso a porre il valore sociale, culturale e paesaggistico come misura del progetto.
C’è poi un tema che viene prima di ogni componente estetica: quel suolo ha ospitato per decenni una fabbrica chimica, ancorché con trattamento di materiali naturali. Restituirlo alla città presuppone la sua bonifica, la cura della salute di chi lo abiterà, l’attenzione ai luoghi vicini che condividono la stessa storia industriale. Non è una clausola tecnica tra le altre: è la condizione prima, affinché la rigenerazione abbia un senso e una legittimità.
Messa così, la sfida si chiarisce. La rigenerazione di qualità non nasce contro la storia del luogo, né a dispetto della salubrità del suo suolo: nasce da esse. È un principio, prima ancora che un programma. E vale per l’Arenella come per ogni altro frammento di città che attende una seconda vita.
Torniamo, per un istante, a quell’anfiteatro affacciato sul mare. La fabbrica è ancora lì, silenziosa, ai piedi di Monte Pellegrino. Ma adesso sappiamo guardarla per ciò che è: la chiave di lettura di un intero paesaggio, il metro che misura la relazione tra l’uomo che la abita e il suo contesto (immagine seguente).

Il sito oggi in una veduta dall’alto: una soglia tra città e mare, in attesa di una nuova vita. (© Silvano Arcamone).
Rigenerare l’ex Chimica Arenella significa, in fondo, riattivare un dialogo interrotto tra città, paesaggio, mare e memoria. Significa restituire la parola a un luogo che ha ancora molto da dire: saperlo ascoltare prima di riscriverlo è fondamentale.
C’è, in questa vicenda, una lezione che supera i confini di Palermo. Alcuni luoghi, proprio perché hanno attraversato il tempo, conservano la capacità di indicare una direzione per il futuro. L’Arenella è uno di questi. Sta a noi, ora, raccoglierne la voce (immagine seguente).

La torre idrica in cemento armato, «macchina idrica interpretata come opera architettonica» (dal decreto di vincolo). (© Silvano Arcamone).
IMMAGINE INIZIALE | L’ex stabilimento chimico Arenella ai piedi del Monte Pellegrino, tra la città e il mare: l’anfiteatro naturale della costa palermitana. (© Silvano Arcamone).
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RIFERIMENTI
Arcamone, S. La pausa urbana, non il vuoto. La riserva nascosta delle città italiane, in corso di pubblicazione.
Corboz, A. «Il territorio come palinsesto», in Casabella, n. 516, 1985.
Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Decreto di dichiarazione di interesse culturale dell’«Ex insediamento industriale Chimica Arenella» (art. 10, D. Lgs. 42/2004), Relazione storico-artistica a cura dell’Arch. Emanuela Piazza, 2019.
TICCIH, Carta di Nizhny Tagil per il Patrimonio Industriale, 2003.
LETTURA COMPLEMENTARI
Arcamone, S. La pausa urbana, non il vuoto. La riserva nascosta delle città italiane, in corso di pubblicazione.
Carta, M. Palermo, un’idea di cui è giunto il tempo, Marsilio, 2023.
Carta, M. Palermo. Biografia progettuale di una città aumentata, LetteraVentidue, 2021.
Cancila, O. Storia dell’industria in Sicilia, Palermo 1995.
Corboz, A. «Il territorio come palinsesto», in Casabella, n. 516, 1985.
Vitale, G., Canzone, V., La Franca, C. Archeologia industriale a Palermo: l’ex Chimica Arenella, Palermo 1994.