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Dare voce al porto: note sull’esperimento narrativo del volume “Volevo essere il porto di Palermo (e ci sono riuscito)”
Esistono spazi che, pur essendo continuamente attraversati, restano sorprendentemente poco raccontati. Non perché manchino le parole per descriverli, ma perché il linguaggio che usiamo per definirli finisce quasi sempre per ridurli alla loro funzione. Il porto appartiene a questa categoria. Lo si misura in metri lineari di banchina, in tonnellate movimentate, in investimenti, in rotte, in flussi di passeggeri; lo si osserva come infrastruttura, come macchina economica, come dispositivo logistico, come spazio produttivo. Più raramente gli si riconosce un’altra qualità, che pure possiede in modo quasi sproporzionato rispetto ad altri spazi urbani: il porto è uno dei pochi luoghi che accumulano tempo. Una città può demolire e ricostruire quartieri interi, cambiare popolazione, linguaggi, ritmi e abitudini; il porto continua invece a esistere dentro queste trasformazioni. Cambia forma senza cambiare la funzione profonda. Resta il punto in cui ciò che arriva incontra ciò che parte, ciò che appartiene incontra ciò che è esterno, ciò che resta incontra ciò che si muove.
Il Molo Trapezoidale prima degli interventi di riqualificazione. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).

Forse è per questo che, dovendo trovare un modo per raccontare Palermo attraverso il suo rapporto recente con il mare e con il suo porto, a un certo punto il percorso più naturale mi è sembrato il meno ovvio: non raccontare il porto ma provare ad ascoltarlo. Sarà che io sono ossessionata dalla parola. Dal peso specifico di ogni termine. E l’idea di un libro celebrativo, dopo otto anni di lavoro del presidente Pasqualino Monti, mi atterriva. Mi atterriva l’inevitabile incensamento che, per carità, nel libro c’è ma tenta di essere ironico, leggero. Insomma, l’idea da cui nasce “Volevo essere il porto di Palermo (e ci sono riuscito)” è una domanda che all’inizio aveva qualcosa di leggermente assurdo e che col tempo mi è sembrata sempre meno artificiale: se il porto di Palermo potesse parlare, che cosa direbbe? Non che cosa direbbero coloro che negli anni lo hanno amministrato, progettato, criticato, trasformato o semplicemente attraversato. Ma il porto stesso. Cioè un luogo che esiste da secoli e che, proprio per questo, ha visto passare abbastanza uomini da non sentirsi obbligato a trasformare ciascuno di loro in protagonista.

Il Molo Trapezoidale dopo le demolizioni. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).
Questa scelta narrativa comportava un rischio evidente: cadere nella personificazione decorativa, costruire una voce simbolica. Il tentativo è stato allora quasi il contrario. Non attribuire al porto una voce autorevole ma una voce credibile. Non farne un narratore onnisciente ma un interlocutore, qualcuno che ricorda, osserva, interpreta, ironizza, si contraddice persino. Perché i luoghi, se davvero potessero parlare, probabilmente non parlerebbero come i libri. E infatti il porto che emerge dal racconto non ha niente del monumento che dispensa verità. Ha orgoglio e suscettibilità. Una certa vanità e una memoria lunga e selettiva. Il gusto di raccontarsi e insieme una sottile diffidenza verso chi pretende di spiegarlo troppo in fretta. Salvo poi cambiare idea e convincersi che “quell’ischitano lì” la sapeva lunga. Sa di essere stato decisivo nella storia della città ma sa anche di avere attraversato stagioni in cui è diventato marginale, quasi invisibile agli occhi degli stessi cittadini.
Da qui deriva una delle idee che attraversano il libro e che forse riguarda Palermo più di quanto sembri: il fatto che una città possa avere davanti il proprio elemento fondativo senza riuscire più a riconoscerlo. Perché Palermo viene raccontata quasi sempre attraverso il centro storico, i mercati, le dominazioni, le stratificazioni culturali, la luce, il disordine, il rapporto con il tempo. Molto meno spesso viene raccontata per quello che è stata per secoli: una città che ha costruito il proprio carattere attorno a un porto. Il nome stesso della città lo ricorda con una chiarezza quasi imbarazzante. Eppure, il rapporto tra Palermo e il suo mare è stato tutt’altro che lineare. Nel libro il porto ricorda il proprio passato senza nostalgia e senza idealizzazioni. Passa dai commerci antichi alle trasformazioni urbane, fino ad arrivare a una fase molto più recente e molto meno epica, quella in cui il mare continua a esserci ma progressivamente non viene più vissuto come parte integrante dell’esperienza della città. Non è una rottura improvvisa. È qualcosa di più difficile da individuare. Una distanza che si sedimenta, un’abitudine. O la normalizzazione di un rapporto interrotto. Ed è interessante che il porto non racconti questo periodo con risentimento ma quasi con stupore. Come se continuasse a chiedersi quando sia successo, quando una città di mare abbia cominciato a comportarsi come una città che il mare lo guarda soltanto da lontano, riducendosi a una semplice città sul mare.

L’ex Molo Trapezoidale trasformato nel nuovo Palermo Marina Yachting a un mese dall’inaugurazione. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).
Questa domanda è diventata il centro del libro. Perché il tema, in fondo, non è il porto. Il tema è il cambiamento, non il cambiamento come parola passe-partout, ma il cambiamento come esperienza concreta e spesso scomoda. Nel racconto arriva qualcuno che guarda il porto e non lo vede come lo vedono tutti gli altri. Il punto interessante non è chi sia, il punto interessante è che il porto, inizialmente, non gradisce quello sguardo, perché lo trova esterno, arrogante. Superficiale. Poi lentamente capisce che non si tratta di giudizio ma di immaginazione. O meglio, di saper immaginare. Ed è qui che il racconto smette di essere il racconto di una trasformazione urbana e diventa il racconto di una relazione. Il porto, nel momento in cui cambia, aggiorna le proprie infrastrutture, certo, ma soprattutto ridefinisce il proprio rapporto con la città. Prendiamo le demolizioni che, paradossalmente, danno il via alla rinascita: da gesto tecnico diventano il punto in cui una città si domanda che cosa vuole conservare e che cosa è disposta a lasciare andare. Ecco, allora, che il lessico dell’urbanistica lascia spesso spazio a un lessico corporeo. Il porto ha una pelle, ha rughe, ha parti che vengono rimosse. E ha bisogno di essere alleggerito. Le opere entrano dentro una narrazione che prova a restituire anche la componente emotiva del cambiamento. Perché le città, quando cambiano, non cambiano mai soltanto fisicamente, si modifica pure il modo in cui vengono guardate.
Gli interventi di demolizione dei 22 silos granari del porto di Palermo. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).

E qui entra anche il tempo: questo libro nasce da un’intuizione improvvisa – l’intervista al porto – ma anche da otto anni di lavoro e di osservazione. A un certo punto ho capito che il rischio era vedere sempre le stesse cose. Forse anche per questo è diventato necessario inventare una voce esterna: far parlare il porto significava sottrarmi alla tentazione di spiegarlo. Ho preferito lasciarlo reagire, perfino sorprendere. In un tempo in cui tutti parlano in prima persona, la prima persona è stata ceduta e consegnata a un luogo, che c’era prima e che resterà dopo. Ma che non reclama centralità, piuttosto chiede qualcosa di più semplice e più difficile al tempo stesso: chiede di essere guardato. Ecco svelato perché una città cambia davvero soltanto quando ricomincia a guardare ciò che aveva smesso di vedere. Oggi città e porto si parlano, lavorano per crescere insieme.
Alcuni superyacht illuminano la notte al porto di Palermo. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).

C’è però un’altra domanda che all’inizio liquidavo troppo in fretta, forse perché non avevo ancora trovato una risposta soddisfacente. Quanto c’è di vero in una voce inventata? È una domanda interessante perché contiene un piccolo equivoco, come se tutto ciò che non è documentario sia necessariamente meno aderente al reale. E invece, almeno per me, il lavoro è andato nella direzione opposta. La voce del porto non è nata per allontanarmi dalla realtà, è nata perché certi aspetti della realtà, raccontati direttamente, continuavano a sfuggire. Ci sono informazioni che spiegano, e poi ci sono forme narrative che fanno vedere.

Veduta aerea mostra la nuova Marina Convention Center e il rinnovato Molo Trapezoidale del Porto di Palermo, inaugurato nell’autunno del 2023. Nella foto il laghetto artificiale, le banchine illuminate, il porticciolo della Cala e sullo sfondo il profilo di Monte Pellegrino. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).
Sono due cose diverse. Si può conoscere perfettamente una sequenza di opere, avere in testa ogni cronologia, ogni cifra, ogni scelta progettuale e continuare a non capire che cosa significhi davvero per una città modificare il proprio rapporto con un luogo. La trasformazione urbana è piena di dati. Molto meno spesso è piena di percezioni. Eppure le persone abitano le percezioni. Ricordano le percezioni. Si orientano attraverso immagini, abitudini, impressioni, attraversamenti, perfino spaesamenti.
Per questo il porto del libro non è stato costruito come un archivio parlante, non doveva sapere tutto. Doveva guardare e reagire. Doveva avere memoria ma non memoria assoluta. Anche perché i luoghi non ricordano come gli storici, ricordano per intensità. O per ferite, per ricorrenze. O magari per dettagli apparentemente insignificanti. Una città può non ricordare una decisione amministrativa e continuare a percepirne gli effetti decenni dopo. Mi interessava questo, la memoria sensibile dei luoghi.
Ho dovuto rallentare, sospendere il riflesso del commento, accettare di non capire subito e accettare che alcune intuizioni arrivassero tardi. Ma soprattutto accettare una cosa che per chi scrive non è così naturale: non avere sempre l’ultima parola. Perché il porto, a un certo punto, ha cominciato a opporre resistenza. Ci sono pagine che non funzionavano perché erano troppo ordinate, troppo scritte: il porto diventava una tesi e io non volevo una tesi, volevo una presenza. Allora il lavoro è diventato togliere: spiegazioni, intenzioni, frasi che pretendevano di dimostrare qualcosa. E lasciare spazio a esitazioni, ritorni, cambi di umore.

La fontana danzante musicale situata nel laghetto artificiale del Palermo Marina Yachting. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).
Mi chiedevo: che cosa smettiamo di vedere quando crediamo di conoscere già? Che cosa perdiamo quando un luogo cessa di generare immaginazione e diventa soltanto funzione? E ancora: è possibile che il cambiamento più importante non sia quello che modifica uno spazio ma quello che modifica il modo in cui quello spazio viene percepito?

Il Molo Trapezoidale con la fontana a specchio d’acqua, i negozi e i ristoranti. Sullo sfondo, alcune navi da crociera ormeggiate lungo i moli e incorniciate dalla città e da Monte Pellegrino. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).
Sono domande che, naturalmente, non riguardano soltanto Palermo ma il modo in cui tutte le città contemporanee stanno ridefinendo il rapporto con i propri margini, con i propri vuoti, con i propri luoghi di transito. Perché i porti, in fondo, hanno sempre raccontato qualcosa che va oltre il mare. Raccontano il rapporto tra permanenza e movimento. Tra identità e apertura. Tra memoria e desiderio. Ed è forse per questo che, dopo tanti anni passati a raccogliere materiali, interviste, immagini e a intercettare conversazioni, ho avuto la sensazione che il libro non stesse più provando a replicare alla domanda iniziale. Non stava più chiedendo che cosa direbbe il porto. Stava chiedendo se siamo ancora capaci di ascoltare ciò che non parla con la nostra voce.
Personalmente, non so se sono riuscita a rispondere.
Copertina del volume. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).

IMMAGINE INIZIALE | Veduta aerea del Porto di Palermo e del Molo Trapezoidale. (Fonte: Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale).