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Palazzo Butera. Una bottega rinascimentale contemporanea, aperta alla città
Dialogo tra Maurizio CARTA e Massimo VALSECCHI
Questo dialogo esplora Palazzo Butera come modello di rigenerazione culturale e urbana, concepito non semplicemente come museo, ma come laboratorio aperto per la città e il Mediterraneo. Il progetto valorizza il patrimonio storico attraverso un approccio contemporaneo che promuove la ricerca, la formazione, la creatività e l’innovazione sociale. Palazzo Butera – sulle mura cittadine di fronte al mare e parte del lungomare urbano – si configura come catalizzatore di collaborazione tra università, istituzioni e comunità locali, promuovendo Palermo come crocevia internazionale di cultura, conoscenza e sviluppo sostenibile.
Il presente testo è una riedizione riveduta del dialogo “Palazzo Butera. Una bottega rinascimentale contemporanea, aperta alla città”, di Maurizio Carta e Massimo Valsecchi, originariamente pubblicato in “Palermo. Biografia progettuale di una città meridionale” (Carta, M., 2021, pp. 418–424).
Maurizio CARTA | Professore di Urbanistica e Pianificazione Territoriale, Assessore per la Rigenerazione Urbana presso il Comune di Palermo
Caro Massimo, grazie di questo dialogo che ci permette di spiegare ancora una volta la visione e il progetto di Palazzo Butera. Hai portato a Palermo un progetto di futuro che avevi già testato con successo prima in Gran Bretagna e poi a Milano. Innanzitutto, perché Palermo? Nel 2014 cosa ti ha spinto a scegliere Palermo per il progetto di un museo delle arti e delle scienze, cosa rappresentava per te la città in quel momento? E poi, è cambiata adesso la tua percezione della città? La abiti ormai da molti anni e, anche se fai con tua moglie una vita molto frugale, hai incrociato molte parti e fisionomie della città, hai frequentato molti personaggi e ti sei relazionato con le tante posture della città: cosa è cambiato?
Massimo VALSECCHI | Collezionista d’arte e professore di Storia del Design Industriale. Fondatore e proprietario della Fondazione Palazzo Butera
Sono felice di contribuire a immaginare Palermo nei prossimi venti anni. Tutto nasce alcuni anni fa. Dopo i numerosi progetti realizzati nei cinquant’anni precedenti avevo deciso che tutto quello che avevo realizzato con prestigiose istituzioni inglesi sarebbe cambiato, perché ho avuto la netta sensazione che la Gran Bretagna stesse avviandosi verso una pericolosa spirale anti-europea (la Brexit ne è stata solo la conferma), che io, europeista convinto, non potevo tollerare. Allora ho deciso di portare le mie visioni e le mie passioni al centro dell’Europa: in Sicilia, a Palermo, centro di una visione di Europa aperta e cosmopolita che guarda a nord e a sud, ad est e a ovest e che vede il Mediterraneo come sua placenta. Dopo il Cairo e Istanbul, Palermo è il crocevia delle culture mediterranee. Palermo per me è la punta più avanzata dell’Europa verso l’Africa, il continente che nel prossimo secolo sarà il luogo di maggiore innovazione e sviluppo. Non mi bastava, andato via da Londra, avere solo una casa a Palermo, io volevo un nuovo campo di battaglia culturale. Parlando con Enrico De Cleva, Rettore dell’Università di Milano e Presidente della CRUI, mi ha convinto che il rettore Roberto Lagalla sarebbe stato il giusto interlocutore per la nuova vita del progetto. Dopo di lui ho incontrato moltissime altre persone che mi hanno confermato la bontà della scelta, il progetto e la città sono cambiati insieme in questi sei anni.
Maurizio CARTA |
E dopo il rettore hai incontrato me, allora suo delegato alle politiche culturali, e abbiamo avviato la complessa fase di adattamento del progetto e di nuova visione. Proprio in questi giorni ho ripreso tutti i documenti che dal 2014 abbiamo redatto insieme e che testimoniano l’evoluzione del progetto, pur mantenendo la sua idea di fondo, legandosi anche alle nostre esperienze di sistema museale di Ateneo, alle Vie dei Tesori e a UniverCittà e adattandosi alle criticità riscontrate.
Ma torniamo al Mediterraneo “fabbrica di civilizzazione”, come lo definiva Paul Valéry in uno straordinario saggio del 1931, un mare su cui si sono confrontati, fecondati e ibridati diversi modelli di società, generando esperimenti ricorsivi di democrazia. Concordo con te che Palermo sia il campo di battaglia giusto per riattivare la fabbrica di civiltà perché torni a generare buoni prodotti. È questa visione del Mediterraneo come fucina di modelli sociali e connettore di pluralismi che mi interessa discutere ed approfondire con te, perché è quella che ci fa interrogare sul futuro, costringendoci a lasciare le strade già battute per tracciare possibili accessi all’impensato. Una visione che ci coinvolge come comunità pensante, quella che richiede l’esercizio di un pensiero politico fondato su una conoscenza senza pregiudizi, su una interpretazione senza filtri obsoleti, su una cooperazione intelligente, ma soprattutto quella che impegna in maniera attiva l’Italia e il nostro Sud nella fabbrica culturale del Mediterraneo. Imponendoci di ripensarlo, imponendoci di ripensarci entro un diverso modello di sviluppo che riduca le diseguaglianze, che fluidifichi le economie, ma soprattutto che reimmagini il futuro a partire dalla cultura e dall’arte.
Massimo VALSECCHI |
Sono d’accordo. Per me Palazzo Butera è una metafora della città, perché io penso che debba essere l’intera città a diventare un grande laboratorio delle arti, che deve partire dalla formazione, universitaria e non, da quell’enorme bacino di potenzialità che il quartiere della Kalsa esprime, dai talenti locali e internazionali. Vorrei ricucire quello straordinario sistema di conoscenza, ricerche, competenze e sapienze frammentate e disperse (anche dentro l’Università) per offrire loro un porto franco, un luogo dove poter entrare in connessione con facilità, senza pregiudizi, senza troppi filtri, in modo da generare nuove idee ed opere.
Maurizio CARTA |
In fondo era questa la funzione dei porti, e soprattutto degli “angiporti”: luoghi di relazioni e negoziazioni, di conflitti ma anche di convergenze, di liti ma poi di grandi amicizie. Non vorrei sembrare irrispettoso ma forse Palazzo Butera è il nuovo grande angiporto di una città che si sta prepotentemente riappropriando del suo porto, della vitale relazione con il mare, tornando a considerarlo fonte di prosperità.
Palazzo Butera, infatti, è stato restaurato per essere un museo di nuova generazione aperto alla contemporaneità sia dal punto di vista culturale che fisico: fruibile da differenti utenti e attraversabile in molti modi dal mare verso la città, compreso un nuovo (speriamo prossimo) collegamento pedonale con il Complesso Monumentale dello Steri che costituisce quindi una sorta di complemento della nuova esperienza museale.
Un restauro mirabile che non si è limitato alla ricomposizione del codice architettonico, ma che ha lavorato come una vera e propria archeologia del sapere, recuperando dagli interstizi della storia le diverse vite che il Palazzo ha vissuto per raccontarle come piccola enciclopedia della città. Sono stati recuperati colori, affreschi, archivi senza alcuna perversione filologica ma con un atteggiamento di rispetto per il palinsesto, anche quello vegetale, come la lunga e tortuosa radice di un albero che si era fatta strada lungo un canale di scolo delle acque, abitante naturale di un luogo trascurato dagli uomini. Un palazzo che funziona più come “motore di ricerca” per l’arte che come semplice contenitore, più generatore di connessioni e integrazioni che custode dell’ortodossia delle arti e delle scienze.
Massimo VALSECCHI |
Palazzo Butera è la naturale evoluzione di un progetto che avevo già realizzato con l’Università Statale di Milano. È un progetto che a seconda che sia realizzato a Milano, a Cambridge, a Oxford o a Palermo, si trasforma attingendo alla cultura locale e alle sensibilità delle città in cui si realizza. Quello che per me è importante è che non sia un progetto chiuso, tutt’altro: è vero che c’è un’idea e un progetto, ma la sua costruzione viene tagliata sul luogo, viene adattata ai cambiamenti in atto e potenziali, viene plasmata sugli spazi e sulle persone. L’idea è la stessa, il punto di partenza è lo stesso, ma cambia l’evoluzione e, quindi, il risultato. È un progetto proteiforme che muta continuamente adattandosi ai cambiamenti. Se la sede fosse stata lo Steri avrebbe avuto alcune caratteristiche, se fossero stati i Cantieri Culturali (come previsto inizialmente) avrebbe avuto altri esiti, se fosse stato il Convento di San Francesco (che per me era uno spazio importante per la sua collocazione, per la sua storia e per la sua bellezza) o lo Spasimo avrebbe subito un’ulteriore mutazione.
È un’idea testarda, nella mia mente, ma sufficientemente fluida per adattarsi ai contesti senza perdere la sua carica visionaria, la sua passione contagiosa e la sua capacità di generare un impatto positivo sulle comunità più prossime, ma anche su quelle più distanti dall’epicentro.
È importante partire da spazi che ti aiutano a produrre idee e interventi che li migliorano. Naturalmente se parti da uno spazio brutto e muto, per quanto tu possa aggiungere bellezza e funzioni, non genererai quel salto necessario. Se, invece, parti da uno spazio già potente e bello (anche se degradato) genererai una maggiore potenza creativa che sposterà molto in avanti il punto di arrivo.
Ecco perché ho sempre cercato spazi ad alta carica emotiva che potessero essere i punti di innesco dell’esplosione culturale che il progetto intende attivare.
Maurizio CARTA |
Spazi che, benché problematici, abbiano una poderosa energia potenziale da trasformare in energia cinetica in grado di mobilitare la comunità verso un progetto di futuro e con essa di muovere la città verso la necessaria evoluzione.
Massimo VALSECCHI |
Il progetto, quindi, si muove nella volontà di contrastare questa dolorosa mancanza di futuro che attanaglia Palermo, la Sicilia, l’Italia forse. Come se tutto fosse schiacciato sul presente, fosse limitato all’istante, c’è troppa fiducia sulle capacità risolutive della tecnologia. La mia convinzione, invece, è che attingendo alla storia, alla cultura e usando l’arte, la ricerca e l’educazione come catalizzatori si può riattivare una linea del tempo che parte dai primordi dell’evoluzione umana e che si protende nel futuro, dispiegando tutto il suo fascino carico di memoria e pregno di progresso. Penso che dobbiamo riappropriarci della capacità di pensare in termini di possibilità, di potenzialità, di progresso, senza temere di usare l’immaginazione, che, per me, è la chiave d’ingresso per il futuro.
E poi c’è l’arte, a discapito di tutti coloro che pensano che l’arte sia finita nel Settecento con la Rivoluzione francese. Per fortuna, invece, finché ci sarà l’umanità ci sarà arte: pittura, musica, architettura, urbanistica, o altro che inventeremo per dare forma alle nostre utopie, alle nostre visioni. E a me questa carica utopica dell’arte sembra proprio quello che manca, perché molti hanno una percezione istantanea del mondo, spesso utilitaristica, tentata dal compromesso invece che sedotta dall’ambizione.
Fin dall’inizio ho pensato che il luogo del progetto fosse l’Università di Palermo, il luogo dove il progetto avrebbe espresso la sua anima migliore (come avevo già fatto a Milano), ma la difficoltà in quel momento di trovare spazi adeguati (erano ancora in corso i restauri di alcuni complessi che sarebbero stati preziosi, ma non ancora pronti) ci ha orientati prima sui Cantieri Culturali alla Zisa, poi all’ex Convento di San Francesco d’Assisi, già oggetto di un restauro. Sullo ZAC, come ricorderai, abbiamo anche redatto insieme un progetto di rifunzionalizzazione degli spazi concordato con Andrea Cusumano, l’Assessore alla Cultura del Comune di Palermo, che aveva suscitato grande entusiasmo e altrettanto grandi aspettative. Tuttavia, poi si è scelto di portare avanti quelle proposte in altro modo, riattivando ZAC con intenti diversi da quelli immaginati dal progetto, e noi abbiamo dovuto rimodulare il percorso guardando ad altri luoghi, ma soprattutto tornando a guardare al centro storico e alle vicinanze dello Steri. Perché il sogno iniziale non è mai svanito (e non è ancora del tutto tramontato come sappiamo).
Io penso (so che è una posizione difficile da realizzare) che l’Università di Palermo dovrebbe avere allo Steri solo l’Ufficio del Rettore e i servizi connessi e trasferire le altre funzioni amministrative al campus di viale delle Scienze, in modo da liberare i plessi che compongono il Complesso Monumentale dello Steri, per renderli fruibili culturalmente e, soprattutto, in grado di disvelare alla città e ai turisti lo straordinario palinsesto di storia urbana che esso racchiude: dal medioevo fino ad oggi attraversando tutte le epoche e le culture, ognuna delle quali ha sovrascritto un pezzo della partitura che oggi compone la sublime sinfonia dello Steri (che però non tutti possono ascoltare in tutte le sue note, perché alcune possono risuonare solo per chi vi lavora). Devo riconoscere, però, che in questi ultimi anni le indagini e restauri del complesso dello Steri stanno restituendo verità al suo impianto urbano e architettonico, ritrovando la sala consiliare, il giardino palaziale, il portico con gli archi, che permetteranno fra poco di raccontare una storia nuova di Palermo vista dallo Steri. Per questo ritengo che la questione della fruibilità di questo racconto debba essere affrontata.
Per me lo Steri è sempre il centro del mio progetto, anche oggi che ho deciso di puntare su Palazzo Butera, non perdo la visione di un dipolo Butera-Steri (su cui, sai bene, stiamo lavorando insieme).
Maurizio CARTA |
Questione controversa e delicata, ma non voglio sottrarmi dal parlarne, anzi penso che debba essere oggetto di dibattito, non solo in seno alla comunità accademica ma anche nella città. È una questione che, però, non può essere solo dibattuta, ma deve essere anche progettata, per trovare soluzioni che reggano la prova del tempo. In fondo quando l’Università di Palermo ha acquistato Palazzo Chiaramonte per farne sede del Rettorato aveva in mente un’idea non dissimile di posizionare un potente generatore culturale nel centro storico per ripopolarlo, per rivitalizzarlo, per alimentarne la cultura attraverso la funzione educativa e innovativa dell’università. Dobbiamo trovare il modo perché funzioni e missioni, organizzazione e apertura possano convivere in un nuovo equilibrio. E sono certo che questo dibattito si farà. In fondo è la missione del Sistema Museale di Ateneo per la valorizzazione dello Steri che è uno dei caposaldi della sua attività. UniverCittà la chiamammo con il Rettore Lagalla e Gianfranco Marrone, proprio con questa visione e volontà di attuazione.
Immagino anche un’Università aperta al territorio che non solo sviluppi la sua funzione culturale, ma che agisca concretamente per promuoverne cultura e creatività, democrazia e partecipazione, innovazione e sviluppo, agendo da motore culturale, sociale ed economico del paese.
La collaborazione costante tra studenti, docenti, istituzioni, scuole e imprese mostra con evidenza il valore del passaggio dal conflitto di competenze all’integrazione di sapienze. Dobbiamo riscoprire la capacità dialogica, guardando oltre il significato delle parole e cogliendo l’intenzione di quello che ci viene detto; dobbiamo imparare a usare il condizionale, essendo meno assertivi e sicuri nel dire le cose, e lasciando spazio al dialogo; dobbiamo guardare agli altri con empatia anziché con simpatia, chiedendoci cosa ci sia che non va in chi sta male anziché limitarci a compatirlo. Mi sembrano tre sfide indispensabili per l’università del futuro: più dialogica, più maieutica, più empatica.
Massimo VALSECCHI |
Quando alla fine nel 2016 ho deciso di investire sul restauro di Palazzo Butera, l’ho sempre considerato un inizio, un punto d’ingresso verso un progetto più ampio. Per questo non ho mai pensato che la mia fosse solo un’opera di restauro dell’edificio, ma ritengo più reale e importante la trasformazione in un grande laboratorio culturale e in un grande centro di scambi che ci fa attraversare un’immensa bellezza (lo scalone, le sale affrescate, gli stucchi, la terrazza) per condurci alle sue parti operative, alle sue botteghe dell’arte dove le persone studiano, ricercano, realizzano, si connettono. Per me sono quelle le parti di futuro di Palazzo Butera, le sue passerelle, i suoi sottotetti, tutti i luoghi dove più che la conservazione del passato ho voluto prefigurare una anticipazione di futuro. È quello che è successo a Milano con BBPR, Gardella e Albini, a Genova con Albini e Gardella, a Verona con Scarpa e in Sicilia con lo stesso Scarpa e il suo prezioso intervento su Palazzo Abatellis.
Maurizio CARTA |
Un cambio di approccio, percezione e ruolo generato da un nuovo modo di fare museografia intervenendo con creatività e audacia sugli edifici storici, senza devozione, ma anche senza arroganza. Una sorta di coevoluzione, un salto di specie diremmo oggi.
Massimo VALSECCHI |
Per me Palazzo Butera è una specie di grande macchina culturale che deve entrare in coppia con lo Steri per riuscire a sprigionare tutta la sua energia. Un palazzo importante che è anche un brano di città, un segno forte della fisionomia urbana. Nei fatti un grande muro costruito per godere della vista del mare sottraendola agli abitanti del centro storico, insieme ai benefici effetti delle brezze marine che rendevano profumata e salubre l’aria della città. Ecco perché per me il primo obiettivo del progetto Butera è stato rendere quanto più permeabile l’edificio, restituendo la porosità a questa parte di città. Una sorta di risarcimento, se vuoi, verso la città a cui, anche da Palazzo Butera, è stato negato il mare.

La maestosa Porta Felice, storico ingresso monumentale di Palermo che collega la città al lungomare del Foro Italico. A sinistra il prospetto di Palazzo Butera, una delle più importanti dimore nobiliari del quartiere Kalsa. (© Sandro Scalia, 2018).
Maurizio CARTA |
Mi piace ricordare con te le caratteristiche del progetto iniziale che abbiamo redatto a partire dalle qualità e potenzialità del sistema museale universitario. Abbiamo subito condiviso l’idea che dovesse fungere da attrattore culturale di una fruizione regionale, nazionale e internazionale. Il progetto era incentrato sul recupero, valorizzazione e messa a sistema del vasto, prestigioso e articolato patrimonio di collezioni museali in possesso dell’Università, composto da 5 musei e più di 15 collezioni che compongono il Sistema Museale di Ateneo.
Nella prospettiva della università come “motore culturale” dello sviluppo e nell’ambito dell’iniziale progetto UniverCittà, abbiamo sempre ritenuto necessario un “ecosistema” che ampliasse il concetto di sistema museale e fornisse un ruolo attivo e prospettivo ai poli culturali dell’Università, trasformando la loro funzione passiva di nodi di una rete in una funzione attiva di componenti di una “armatura culturale” in cui tutte le parti contribuiscono alla struttura, alla sua resistenza, alla sua attrattività ed alla sua funzione.
Come ricorderai, abbiamo subito attivato un campo di sperimentazione operativo attraverso un accordo Università-Comune, con il tuo ruolo catalizzatore, in modo da accelerare la verifica della fattibilità della costituzione dell’ecosistema museale universitario, incentivando sia il recupero dei singoli musei e collezioni come luoghi della cultura e della ricerca, sia la realizzazione di un “luogo centrale” (inizialmente i Cantieri Culturali) che avesse come missione la comunicazione della conoscenza, la narrazione multimediale, l’esposizione tematica digitale e l’incubazione di idee e servizi culturali connessi. Il progetto di ecosistema museale si proponeva (e si propone ancora) come obiettivi la rigenerazione urbana attraverso un incremento dell’offerta di servizi culturali e formativi ed un miglioramento della loro capacità di rispondere ad una domanda crescente e diversificata, insieme alla valorizzazione delle risorse culturali espresse dalla città, attraverso una rete di luoghi adatti alle molteplici forme ed espressioni della cultura. Obiettivo complementare è la diffusione della conoscenza sull’evoluzione del territorio attraverso la divulgazione della ricerca prodotta nei dipartimenti universitari e la creazione ed il consolidamento dei rapporti tra la ricerca, la conservazione del patrimonio culturale, la comunicazione didattica ed il governo del territorio, in un sempre più stretto rapporto tra università, amministrazione civica, scuola e tessuto civile. L’impatto del progetto è, naturalmente, la incentivazione della creatività a partire dagli stimoli culturali che gli elementi dei musei e delle collezioni universitari possono generare, concorrendo a generare startup nel settore dei beni culturali, applicazioni per digital device, editoria digitale, nuovi lavori per i giovani, etc.
L’organizzazione dell’ecosistema museale universitario agisce su due livelli: quello della concentrazione e quello della diffusione. La concentrazione di alcune forme innovative di fruizione delle collezioni in un luogo diverso da quello di formazione consente di offrire una conoscenza integrata del valore della scienza, della tecnica e delle arti e offre un polo di grande attrattività, utile per rimandare alle collezioni diffuse nei dipartimenti. Il “polo centrale” delle scienze, tecniche e arti consentirebbe, inoltre, di risolvere i problemi di accessibilità di un pubblico numeroso e più orientato alla fruizione turistica e divulgativa.
Non abbiamo mai pensato, naturalmente, a uno sradicamento delle collezioni dai loro luoghi di origine, poiché esse con questi sono intimamente legate da rapporti funzionali, da rapporti con la ricerca, da rapporti con gli studiosi che hanno utilizzato gli strumenti, che hanno preparato sostanze, che hanno catalogato libri, opere d’arte o fossili, che hanno scoperto leggi che regolano il cosmo o la natura, etc. Non dimentichiamo che in molti casi il luogo che contiene una collezione è esso stesso un elemento di una collezione scientifica.
L’ecosistema museale universitario a cui penso, dunque, non vuole essere un tradizionale museo di storia della scienza, ma vuole essere un comunicatore, un incubatore e un acceleratore della conoscenza a Palermo. È quindi a tutti gli effetti un “museo della città”.
Massimo VALSECCHI |
Per me è sempre stato importante trovare un luogo dove tutta la ricerca universitaria possa trovare scambio, connessione, ibridazione, abbattendo qualsiasi barriera che ne farebbe avvizzire la necessaria vitalità. Per questo ho spinto per la sottoscrizione delle diverse convenzioni tra l’Università e il Comune per l’attuazione dell’armatura museale universitaria, dove io e Francesca eravamo solo i facilitatori, senza voler avere primazie, ma potendo fungere da stimolo e, soprattutto, mettendo a disposizione la necessaria rete internazionale di portatori di interesse che sono il necessario partner del progetto, ma che avrebbero alimentato la vocazione internazionale sia dell’università che del comune. Purtroppo le convenzioni non sono riuscite a trovare sincronia con i tempi amministrativi, con alcune perplessità e criticità, e così ho pensato, con sacrificio non indifferente, di compiere io il primo passo e iniziare il progetto dal “portale” di Palazzo Butera. Ma è solo l’inizio, il progetto resta sempre quello di concorrere all’apertura dell’università alla città.
Maurizio CARTA |
Il tuo progetto è una perfetta sineddoche della città, perché anche essa non è mai il prodotto di una unica volontà deterministica che produce azioni singole, ma è il risultato dell’emergere di innovazioni improvvise, di dinamiche indipendenti all’inizio, ma poi interrelate dalla creatività degli abitanti, di azioni messe in moto da un numero molto grande di attori individuali e collettivi, ciascuno dei quali nel perseguire i propri fini si ritrova ad adattarli entro un sistema di interrelazioni reciproche, il cui esito supera sempre le intenzioni e il controllo degli attori più potenti. Perché il vero attore potente dell’evoluzione della città è la creatività, che essa ha appreso dalla natura. La sua capacità di evolversi per variazioni improvvise, casuali, ridondanti talvolta generate dal basso, che vengono utilizzate attraverso una “cooptazione funzionale” dalle comunità per assegnarvi nuove funzioni che poi si consolideranno per adattamento creativo dando forma a nuovi modi di abitare la città, a diverse modalità di produzione, a cambiamenti nella mobilità ed a innovazioni culturali. La città, infatti, è un organismo spaziale pluri-identitario, prodotto da comunità umane differenti nel tempo e nelle culture che producono attraverso un potente e permanente bricolage (che coinvolge anche la natura) una mirabile soluzione di intenzionalità, spontaneità, causalità e progettualità.
Massimo VALSECCHI |
Si, per questo è sempre più un progetto di innovazione sociale in cui la storia, la cultura e l’arte a Palermo, in Sicilia, sono la grande fonte rinnovabile e inesauribile di ricchezza. Palazzo Butera è, quindi, solo un innesco di futuro, non vuole essere assolutamente un’occasione di autocelebrazione. Per me è l’inizio di un processo che vede Palermo, e la Sicilia, come il luogo giusto e il momento giusto per un grande progetto innovativo, per un balzo culturale, sociale ed economico. E ne sono totalmente convinto.
Maurizio CARTA |
Con la scelta di Palazzo Butera è arrivato il mare. Cosa ha aggiunto la posizione costiera al tuo progetto, in che modo il mare ha contribuito alla ulteriore declinazione del progetto?
Massimo VALSECCHI |
Il mare rappresenta una sfida. Innanzitutto, come ho già detto, per me si tratta di restituire il mare al centro storico aprendolo il più possibile, rendendolo attraversabile in tutti i modi, e poi aprendolo a iniziative che possano amplificarne il ruolo, come quelle limitrofe che riguardano la fruizione culturale della costa.
Maurizio CARTA |
Hai reso poroso Palazzo Butera, che invece era stato costruito per essere un argine. Lo hai reso una membrana attraverso cui mare e città, porto e cultura entrano in relazione contaminandosi positivamente.
Massimo VALSECCHI |
Si, l’ho trasformato in una porta, o di ingresso dal mare o dalla città per uscire a godere della potente seduzione del mare.
Maurizio CARTA |
Lo hai reso un’interfaccia che, quando la attraversi, traduce i due linguaggi (quello lapideo e quello acquatico) consentendo di comprendersi di nuovo. È un traduttore simultaneo del cosmopolitismo di Palermo.
Massimo VALSECCHI |
Si, infatti quando ho saputo che il nuovo Presidente dell’Autorità Portuale, Pasqualino Monti, aveva un progetto ambizioso di rigenerazione e sviluppo del porto, del Foro Italico e di Sant’Erasmo ho voluto incontrarlo per condividere le visioni e per trovare accordi tra i nostri progetti. Come sai, perché c’eri anche tu che hai pianificato il nuovo waterfront, la sintonia è stata immediata e ha consentito che i progetti dell’Autorità Portuale accelerassero la loro direzione verso Sant’Erasmo perché giustificati dalla presenza di Palazzo Butera e dalla sua funzione rigeneratrice della Kalsa e delle Mura delle Cattive.

Veduta della Passeggiata delle Cattive (o Mura delle Cattive) a Palermo, monumento ottocentesco nel quartiere della Kalsa sul quale si affaccia l’elegante terrazza che costeggia per 120 mt il maestoso prospetto a mare di Palazzo Butera. (© Sandro Scalia, 2018).
Maurizio CARTA |
Il prossimo passo devono essere nuove relazioni di sistema con Palazzo Forcella De Seta, con il Loggiato San Bartolomeo, con l’ex Palazzo delle Finanze (quando si riuscirà a venirne in possesso per riqualificarlo).
Massimo VALSECCHI |
In fondo si tratta di ripartire dai punti più alti della storia di Palazzo Butera e di attualizzarli. Conducendo un restauro che accoglie il contemporaneo, un restauro anti-monumentale, pur essendo rispettoso dei valori posseduti dall’edificio. Ma anche risolvendo le questioni legate all’accesso al palazzo, dal mare e non solo dalla via Butera. Io immagino che, a seguito di un opportuno e adeguato trasferimento del TAR, l’edificio di testata su piazza del Cavalluccio Marino dovrebbe diventare l’ingresso dal mare a Palazzo Butera. Dovrebbe aprirsi anch’esso consentendo questa straordinaria sequenza di quattro cortili entro le mura, quasi un percorso iniziatico per entrare dentro la città della conoscenza e della creatività. E la piazza stessa con il suo colonnato diventerebbe l’ingresso dal mare, il legame verso Porta Felice e la Cala.
Maurizio CARTA |
Il progetto Butera ha connesso una serie di epicentri culturali del quartiere che stentavano a trovare un ecosistema, anche se alcuni tentativi di distrettualizzazione sono stati avviati. Serviva un “porto franco” dove fosse più facile negoziare gli interessi, dove fosse più facile condividere, cedendo autonomia senza che nessuno si sentisse inferiore. In questo caso “alienos nutrit Panormos”, potremmo dire, stemperando le rivalità.
E tu? In questi anni ti sei sempre sentito ben accolto e nutrito da Palermo? Come ti sei relazionato con coloro che non hanno subito accolto con entusiasmo il tuo progetto?
Massimo VALSECCHI |
Non ho mai percepito astio o conflitto. Talvolta solo mancanza di conoscenza nel progetto. Ma ogni volta che ho spiegato il progetto la distanza si è trasformata in collaborazione. Nella vita ho affrontato spesso situazioni complesse e di diffidenza (come quando sono stato il primo a modificare gli spazi progettati da Louis Kahn per il Yale Center for British Art, ma solo perché sapevo che Kahn li aveva previsti mobili solo che nessuno aveva avuto il coraggio di farlo, preferendo adorare la memoria del maestro). Ogni volta che ho avuto modo di spiegare la mia visione e il progetto, talvolta ho avuto bisogno di spiegarlo due volte, ho sempre trovato grande entusiasmo nel procedere insieme.
Maurizio CARTA |
Ho sempre visto questo progetto come un perfetto equilibrio tra alta sartorialità (la tua idea) e uno spirito collaborativo (l’evoluzione dell’idea), una oscillazione interessante tra visione e suo adattamento, una sintonia tra direzione (la tua) e l’orchestra. Riesci sempre a non cedere alla tentazione di un disegno perfetto e immodificabile o al semplice montaggio di contributi. È come una bottega medievale e rinascimentale, dove la mano del maestro si arricchiva di numerose altre mani che alla fine producevano un capolavoro. E, nella comunità della bottega, la maestria si trasferiva fino a diventare intelligenza e sapienza collettiva di un’intera epoca.
Massimo VALSECCHI |
Si. Un po’ come la costruzione delle cattedrali medievali, dove contava il capomastro, ma anche l’ultimo degli scalpellini, perché la chiesa fosse solida, preziosa, magnifica per lodare il Signore, ma anche per inorgoglire la sua comunità.
Maurizio CARTA |
Per non fermarci alle intenzioni e all’innesco, come tu definisci Palazzo Butera, servono ulteriori sperimentazioni. Come stiamo facendo con il “Progetto Kalsa” che abbiamo redatto noi due insieme a Marco Giammona, Barbara Lino e Cosimo Camarda (con il contributo di altre persone e nato dalla collaborazione tra Unipa e la Fondazione Valsecchi). Figlio di una visione lungimirante e multidisciplinare, il progetto di rigenerazione urbana e umana della Kalsa ha una poderosa carica innovativa poiché agisce contemporaneamente sull’innovazione urbana, sociale, culturale ed economica, riattivando i cicli latenti ma ancora vitali di uno dei quartieri a più alta intensità culturale e artigianale del centro storico di Palermo, alimentata dalla presenza dell’Università di Palermo e il suo complesso Monumentale e Museale dello Steri e l’Orto Botanico, di Palazzo Butera come motore culturale e creativo tra memoria e contemporaneità aperto alla città e dell’Ufficio del Centro Storico come laboratorio istituzionale di politiche urbane. Il progetto agisce su tutte le eccellenze culturali già presenti nell’area, mettendole a sistema con la vivace vita sociale, artistica e comunitaria che negli ultimi anni ha reso il quartiere vibrante di creatività (penso al Kalsa Art District). Il risultato è un “arcipelago culturale” di spazi pubblici, di luoghi porosi e attraversabili, di musei e laboratori, di manifatture e teatri, di residenze e atelier, di istituzioni e associazioni che in sinergia agiscono per sperimentare in questo brano importante di città un nuovo modello urbano fondato sulla generazione di valore a partire dalla cultura e dai nuovi stili di vita ad essa legati.
Ti ringrazio molto di questo dialogo che arricchirà della tua visione e passione il libro sulle sfide per i prossimi venti anni a Palermo, che sono certo vedranno Palazzo Butera, te e Francesca, essere dei fertili attivatori di processi di rigenerazione e di successi di metamorfosi della città.
Come hai detto all’inizio: Palermo è il campo di battaglia giusto, quello per la battaglia che vale la pena di combattere perché si sa di essere nel giusto.
IMMAGINE INIZIALE | Palazzo Butera e il lungomare. (Fonte: in Carta, M., 2021; Fondazione Palazzo Butera).